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"No alla legge bavaglio"




La lotta contro la legge che pone il bavaglio alla stampa e limita gravemente la possibilità di indagare sulla corruzione e sul crimine organizzato deve essere ulteriormente rafforzata in vista del voto al Senato. L’azione fin qui condotta da parte di tanti movimenti e associazioni, tra cui la nostra, e di tanti singoli cittadini ha contribuito a sollecitare l’opposizione parlamentare e ad incoraggiare le resistenze presenti, pur se timorose e fragili, anche all’interno della maggioranza.
L’Ars invita tutti i propri aderenti ad impegnarsi ancora più fermamente nei comitati contro il bavaglio all’informazione e le manette alla pubblica accusa e aderisce alle manifestazioni indette dal comitato "No alla legge bavaglio".

Per l'Associazione Rinnovamento della Sinistra

Luisa Boccia, Giuseppe Chiarante, Piero Di Siena, Ersilia Salvato, Aldo Tortorella

Martedì 25 maggio 2010


Sul futuro della sinistra
Luigi Ferrajoli

il manifesto, 19.6.09
 


Esiste in Italia un popolo di sinistra che raggiunge almeno il 10% dell'elettorato e che è privo di rappresentanza politica. È una cifra calcolata per difetto: il 7% dei voti gettati al vento dalle tre liste di sinistra - Rifondazione, Sinistra e Libertà e il Partito comunista di Ferrando -, una parte rilevante degli astensionisti e molti di coloro che hanno votato Di Pietro e il Partito democratico e che avrebbero votato la lista unica della sinistra che fu proposta dall'appello, rimasto inascoltato, di duemila persone. Nulla giustifica questa insensata dispersione di voti, che si spiega soltanto con lo scontro irragionevole, tutto interno al ceto politico, al quale si sono interamente dedicati, nell'anno successivo alla sconfitta del 2008, gli attuali gruppi della sinistra, fino alla decisione irresponsabile di contarsi alle elezioni europee, alle spalle dei loro elettori. Non la giustificano certo le differenze ideologiche o di linea politica, assolutamente irrilevanti di fronte alla crisi gravissima della democrazia che sta attraversando il nostro paese. Ed è paradossale che quegli stessi dirigenti dei partiti della sinistra che esaltano continuamente il valore delle differenze, la convivenza tra diversi e il rispetto per «l'altro», non sappiano poi convivere tra loro né rispettare le loro minuscole, impercettibili differenze. Di questa espropriazione della rappresentanza, del tutto prevedibile - ieri come domani - in presenza degli sbarramenti imposti dalle attuali leggi elettorali, i gruppi dirigenti di tutte le formazioni della sinistra dovrebbero oggi rispondere ai loro elettori. Sarebbe una prova di serietà e di rispetto per i milioni di persone che li hanno votati e di un ritrovato senso di responsabilità per il futuro non solo della sinistra ma anche della nostra democrazia.
Occorrerebbe, a questo scopo, che quei dirigenti affrontassero, davanti ai loro elettori, le due questioni che, nell'assemblea convocata a Firenze il 7 marzo dai firmatari dell'appello «Per una lista unica della sinistra», si impegnarono pubblicamente a discutere dopo le elezioni: il problema dell'unità delle forze della sinistra e, insieme, la rifondazione della loro rappresentatività politica. Il primo problema è di carattere soprattutto culturale. Sulle questioni che contano - la democrazia, il lavoro, i diritti, la laicità - non esistono sostanziali differenze tra i diversi frammenti della sinistra, divisi invece da infinite rivalità, diffidenze e ostilità incomprensibili, il cui unico effetto è la fuga delle persone di buon senso dalla militanza e dall'interesse stesso per la politica.

L'unità della sinistra, che certamente esiste nell'elettorato come dimostrano le tante esperienze unitarie di base, richiede perciò il superamento di un vizio antico e autodistruttivo: la diffidenza e il sospetto settario che porta sempre a vedere un nemico nel compagno più vicino e a svalutarne le differenti opinioni come segni di deviazioni o di interessi inconfessati; l'intolleranza per il dissenso anche su questioni marginali e la pretesa autoritaria che tutti si riconoscano in un pensiero unico e comune; l'incapacità di convivere, insomma, con compagni che hanno idee anche solo minimamente diverse. Il secondo problema, ancora più importante, è il rinnovamento delle forme dell'agire politico, come hanno proposto Giulio Marcon e Mario Pianta nel loro intervento del 9 giugno su questo giornale. Ciò che si richiede, a mio parere, è soprattutto una rifondazione della rappresentanza politica, possibile solo se i partiti torneranno ad essere organi della società, anziché dello Stato, e a tal fine assumeranno regole elementari di democrazia interna a cominciare da quella, che proponemmo nel nostro appello, dell'incompatibilità tra cariche di partito e cariche istituzionali di tipo elettivo. È questo un problema di carattere generale, che riguarda la perdita di rappresentatività dell'intero sistema politico.
Ma per la sinistra è assolutamente vitale. Il principale fattore di vanificazione della rappresentanza è infatti originato dalle auto-candidature alle elezioni dei vertici dei partiti e dal conseguente venir meno della distinzione tra rappresentanti e rappresentati e del rapporto di rappresentanza e responsabilità dei primi rispetto ai secondi. I partiti, e più che mai un partito della sinistra, riacquisteranno perciò credibilità, autorevolezza e capacità di promuovere e motivare l'impegno politico, solo se torneranno a radicarsi nella società, restaurando, attraverso rigide incompatibilità, quel rapporto di mediazione e di alterità rispetto ai loro rappresentanti nelle istituzioni elettive. Se, in altre parole, diverranno partiti sociali, oltre che politici, cui compete l'elaborazione dal basso dei programmi e degli indirizzi, la designazione dei candidati alle istituzioni elettive e il controllo sugli eletti, ma non il diretto esercizio delle funzioni istituzionali rappresentative, che solo così risulteranno responsabilizzate nei loro confronti. I due
problemi, entrambi vitali per il futuro della sinistra, sono chiaramente connessi. In tanto si potranno ritrovare le ragioni programmatiche dell'unità nell'impegno, sicuramente comune, in difesa della democrazia e del lavoro, della costituzione e dei diritti fondamentali, in quanto i partiti rientrino nella società quali luoghi di aggregazione e di elaborazione politica, superando i personalismi, i dilemmi identitari, le rivalità e le divisioni di vertice e mettendo al riparo i loro dirigenti dalle tentazioni delle autoelezioni e dalla conseguente separazione dalle loro basi sociali. Se gli attuali gruppi della sinistra, traendo lezione dagli errori del passato, troveranno la forza di questa auto-riforma, la loro sconfitta non sarà stata del tutto vana.
 


Gli smemorati di sinistra

di Alberto Asor Rosa
il manifesto, 17 giugno 2009

Il 15 gennaio 2005, preceduta da una campagna di stampa sul manifesto durata sei mesi, alla quale parteciparono le personalità più rilevanti della sinistra italiana, politici e intellettuali, si riunisce alla Fiera di Roma una grande Assemblea nazionale. Un'assemblea, affollatissima ed entusiastica, che darà vita a quella che qualche giorno più tardi si definirà, - modestamente e ambiziosamente insieme - «Camera di consultazione della sinistra». Compiti espliciti e teorizzati del neonato organismo sono: a) la riformulazione di un organico programma della sinistra radicale italiana, quale non era ancora uscito dalla fase convulsa post-1989; b) l'intenzione di mettere a confronto continuo ed organico società politica e società civile, politici e intellettuali, partiti e associazionismo, secondo una modalità, da tutti a parole auspicata, di «democrazia partecipativa»; c) l'avvio di un processo di fusione delle forze organizzate della sinistra radicale, allora molto più consistenti di oggi (nel titolo redazionale del mio articolo del 14 luglio 2004, con cui il manifesto dette inizio alla campagna suddetta, vi si accennava in forma interrogativa ma chiara: «Che fare di quel 15%?»). Aderirono in maniera attiva, oltre a molte associazioni politiche e culturali di base (mi piace ricordare con particolare rilievo il fiorentino «Laboratorio per la democrazia»), Rifondazione comunista, i Comunisti italiani, una componente significativa dei Verdi (Paolo Cento e altri).
Vi svolsero un ruolo non irrilevante la Fiom e l'Arci. Vi partecipa attivamente Occhetto. Dà un contributo insostituibile Rossanda. Alle riunioni tematiche intervengono o collaborano Rodotà, Tronti, Ferrajoli, Dogliani, Magnaghi, Ginsborg, Serafini, Bolini, Lunghini, Gallino e altri. Quando nell'aprile 2005 si tratta di fare un passaggio decisivo, - quello che consiste nel «mettere in comune» un certo numero di temi da discutere e di decisioni da prendere («dichiarazione d'intenti»), - nel corso di un'animata riunione presso la Casa delle culture di Roma, Fausto Bertinotti, improvvisamente e calorosamente, se ne chiama fuori. Una gentile signora, sua fedelissima, abbandonando a sala, mi passa accanto e affettuosamente mi sibila: «Bella come esperienza intellettuale ma la politica è un'altra cosa». Mi rendo conto, naturalmente, che ognuno che abbia preso parte, attivamente e convintamente, ad una qualche esperienza, sia spinto ad attribuirle un'importanza eccessiva. Mi pare però che, obiettivamente, sia legittimo, a partire da questa, anche personale, disfatta, porre almeno due domande: 1) Quale altro serio tentativo di perseguire l'«unità della sinistra» è stato fatto successivamente? (spero che a nessuno venga in mente di tirar fuori l'aborto elettoralistico dell'Arcobaleno, che è esattamente il contrario di quel che io pensavo si dovesse fare); 2) è mai possibile che ci si ripropongano di volta in volta gli stessi problemi e non ci si chieda mai quale esperienza ne abbiamo già fatto, positivamente o negativamente, nel (talvolta immediato) passato? (sicché non si sa mai bene di chi e di cosa si parla). La scelta bertinottiana, giusta o sbagliata che fosse (a me pare, naturalmente, che fosse drammaticamente sbagliata), consisteva nello scegliere senza esitazioni le «ragioni del Partito», del «suo» Partito, ovviamente, che, in base al sacro principio dell'autoreferenzialità del ceto politico italiano (di qualsiasi colore esso sia), coincidevano con quelle sue personali. I risultati delle elezioni del 2006, cui egli guardava, sembrarono perfino dargli ragione. Ma su di un periodo appena un po' più lungo, sono risultate catastrofiche.


Cercherò di dire ora, a scanso di equivoci, perché lo schema logico-politico della «Camera di consultazione», così nostalgicamente richiamato nelle righe precedenti, non sia più oggi riproponibile. Quello, in realtà, era un semplicissimo schema binario: bisognava costruire una sinistra radicale unitaria da affiancare in maniera tutt'altro che subalterna ad una sinistra moderata altrettanto unitaria, allo scopo di governare decentemente il paese, arginando la possente ondata berlusconiana. Oggi le cose rispetto ad allora si sono estremamente complicate, da una parte come dall'altra (ha ragione Parlato a farlo rilevare). Lo schema binario non regge più, se non nei termini assolutamente generali della coppia «progresso-reazione» (sulla quale tuttavia tornerò più tardi). Le ragioni mi sembran queste: 1) fra le due componenti più consistenti (si fa per dire) della sinistra radicale le divergenze sono strategiche, e dunque incomponibili; 2) le forze che hanno dato vita alla lista «Sinistra e libertà» promettevano all'origine di rappresentare una seria alternativa riformista al, presunto, riformismo della cosiddetta sinistra moderata; da come stanno andando le cose, rischiano di fungere solo, al centro come, soprattutto, in periferia, da gambetta di sinistra del Pd; 3) il Pd non è, come dichiarava di voler essere, il partito della sinistra moderata, o di un centro-sinistra moderato o di un moderato riformismo: è invece un qualcosa che rischia sempre più di sparire come tale per la sua organica incapacità di darsi una fisionomia e un'identità, quali che siano; contemporaneamente, non è più neanche in grado di egemonizzare la sinistra (?) moderata (crescita del dipietrismo); 4)  l'autoreferenzialità del ceto politico della sinistra - tutto - è cresciuto in misura feroce in ragione diretta della lotta che esso conduce per la propria sopravvivenza. Contestualmente, il caso italiano, da «anomalo» qual era, rischia di diventare, come è accaduto altre volte nella storia, «esemplare» a livello europeo. La deriva di destra del Vecchio Continente, che rappresenta la sua patetica ma dura e inquietante risposta ai rischi e alle incertezze, contemporaneamente, della globalizzazione e della crisi (in controtendenza, e questo ne costituisce un ulteriore motivo di debolezza, con le scelte americane), dovrebbe costituire attualmente il vero tema di riflessione per la costruzione di una «nuova sinistra» in Italia e in Europa. Anzi, più esattamente: cosa s'intende per «programma di sinistra» oggi in Italia e in Europa? Come si organizza e «si rappresenta», al di là di ogni ulteriore qualificazione, una «forza di sinistra» oggi in Italia e in Europa? La domanda è così radicale (e io desidero consapevolmente che lo sia) da riguardare nella stessa misura, anche se con modalità diverse, forze di sinistra moderate e forze di sinistra radicali: i socialdemocratici tedeschi, i socialisti francesi e spagnoli, i laburisti inglesi, i democratici (?) italiani; e la Link in Germania, i verdi in Francia, i «comunisti» e tutti gli altri in Italia.
Insomma, nel suo insieme, il «blocco» politico e sociale di forze cui è affidata in Europa la possibile alternativa (qui torna alla fine, naturalmente molto semplificato per ovvii motivi, lo schema binario, che però, lo ribadisco, in questa parte del mondo è ineludibile). È chiaro che s'apre in questo modo un orizzonte sconfinato di problematiche e di riflessioni, frutto, oltre che della complessità dei problemi, anche dell'immenso e disastroso ritardo con cui vengono affrontati (ammesso che, ora, lo siano). Io penso seriamente che i milioni di astenuti a sinistra si astengano esattamente perché non hanno una risposta a queste domande. C'è un'alternativa già oggi operante, che sostituisca alla lenta e seria fusione una qualche miracolosa formula alchemica? Fatemela vedere, e cambierò opinione.

 

 


UNA FEDERAZIONE PER LA SINISTRA
di Leonardo Caponi

25 giugno 2009


“Errare umanum est, perseverare diabolico”: la vecchia massima latina si attaglia perfettamente alla decisione dei due maggiori tronconi di quel che rimane della sinistra italiana di riconfermare le rispettive strategie politiche dopo il risultato delle europee. Il confronto con l’insuccesso dell’Arcobaleno di un anno fa (che serve tanto alla lista “comunista” quanto a Sinistra e libertà a trovare motivi di incoraggiamento ad “andare avanti”) dovrebbe, infatti, indurre a considerazioni del tutto rovesciate.
Sulla sconfitta dell’Arcobaleno pesò in modo determinante la polarizzazione tra PD e PDL e il richiamo del voto utile. Stavolta il risultato elettorale evidenzia la crisi del bipartitismo (addirittura, forse, del bipolarismo) e manifesta il successo delle forze “minori”, dalla Lega, all’Udc a Di Pietro. Questo successo è negato, con tutta evidenza, alla sinistra, poiché essa si presenta divisa e frammentata in spezzoni, nessuno dei quali da solo, a meno di farsi consolatorie illusioni, può realisticamente ambire, in un futuro prevedibile, ad ampliare il proprio bacino elettorale in modo significativo e comunque tale da superare i crescenti “sbarramenti”.
Al campo delle illusioni appartiene l’ìdea della maggioranza di Rifondazione che sia possibile rilanciare il conflitto sociale attraverso la semplice “ricostruzione” del partito, in assenza di una “proposta politica” in grado di costruire un fronte più largo di forze. Quella di mettere in campo una sufficiente “massa critica” (oltre ad un programma realistico), per potere incidere sulla soluzione dei problemi, è, oggi lo si voglia e no, una delle condizioni decisive per ridare fiducia agli strati popolari colpiti dalla crisi e coscienza di se alla classe operaia.
Per quanto sgradevole possa apparire, bisogna guardare la realtà per quella che è! In Italia giunge a conclusione un “ciclo di resistenza”, iniziato dopo lo scioglimento del PCI, che, anche forse per gli errori compiuti dalle forze e dagli uomini che ne sono state protagonisti, mette in rilievo, oggi, anche nel nostro Paese, una crisi della idea del “comunismo” e il tramonto del suo fascino come risorsa del cambiamento.

A voler essere impietosi fino in fondo, si potrebbe dire che la fotografia, che di Rifondazione e del PdCI esce dalle elezioni, è non di formazioni in ripresa, ma di partiti in via di estinzione. A questa realtà è giusto opporsi e non rispondere con l’abiura: ma è realistico pensare che una formazione comunista possa vivere, per una fase, in un “contenitore” più vasto e in un rapporto autonomo, ma unitario, con altre culture della sinistra.




 


Su Sinistra e libertà verrebbe voglia di sorvolare. Si è trattato, con tutta evidenza, di un cartello elettorale dettato, nella sua ragione prevalente, da esigenze e aspettative meramente elettoralistiche, peraltro mal riuscite (non si potrebbe spiegare altrimenti come le iperboli vendoliane e le sue suggestioni messianiche abbiano potuto convivere con la cultura filoatlantica e sostanzialmente liberista dei socialisti nostrani). Ma anche per la parte nella quale Sinistra e libertà corrisponde alla richiesta genuina di novità a sinistra, essa appare come un progetto politico confuso, che si caratterizza (ed è così vissuta nella sua componente prevalente) per l’abbandono del comunismo”, in una sorta di riedizione, per chi l’ha vissuta, della Bolognina venti anni dopo, in nome di una Sinistra generica e indistinta. Sinistra e libertà, in questo modo, “rompe” con metà della sinistra che esiste (quella ancora comunista) senza poter sperare di attrarre voti dal PD, partito antesignano e maestro nel campo del progressismo a debole caratterizzazione. Se poi l’ambizione fosse quella di ricostruire in Italia un partito socialista, essa sarebbe altrettanto irrealistica, dopo il naufragio (a compimento di una storia gloriosa) dell’ultimo Psi e il senso comune di ripulsa che ne è derivato nell’elettorato italiano.
I risultati alle europee dovrebbero dunque essere letti dalla Lista comunista e da Sinistra e libertà non come segnali di incoraggiamento, ma, al contrario, come segni evidenti della crisi di progetti politici contrapposti. Dovrebbero suggerire un coraggioso ripensamento in direzione di una ricomposizione unitaria. Come? Con la costituzione di una Federazione, che permetta di unificare le “anime” della sinistra attorno ad un comune programma e le vincoli ad un patto di unità d’azione, consentendo la sopravvivenza, per una fase anche in forma competitiva, delle diverse identità. E’ una proposta suscettibile di numerose a anche fondate obiezioni; ma è l’unica realistica come estrema ratio e ancora di salvezza di fronte al rischio di scomparsa della sinistra italiana.
Naturalmente una prospettiva di questo tipo, per evitare che si risolva in un fatto puramente verticistico e in deludenti accordi tra stati maggiori, non può prescindere dalla apertura di una grande discussione con i militanti e gli elettori sui temi politici e programmatici di una nuova sinistra. E, a sua volta, propedeutica a questa discussione sarebbe una disponibilità dei gruppi dirigenti a rimettersi, almeno formalmente, anche essi in discussione, per avviare un ormai imprescindibile e richiesto rinnovamento del “personale di comando”.. Sarebbe auspicabile che questi gruppi dirigenti si presentino “dimissionari” di fronte al loro “popolo”, in una sorta di Congresso unico della sinistra, per fare un bilancio critico delle politiche perseguite, cambiare pagina e ricostruire, tutti insieme, qualcosa di nuovo.
Questo, oggi, sarebbe necessario come il pane, ma, purtroppo, pare solo fantapolitica.
 

 

 

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