Interventi

Noi, le donne e gli uomini presenti in questa assemblea di Firenze, ci impegniamo ad essere parte attiva del processo costituente di un soggetto politico assolutamente nuovo della sinistra, come confederazione politica a rete, una costellazione di nodi territoriali autonomi che già operano o intendono mettersi ora al lavoro nel paese per “politicizzare la società civile e civilizzare la dimensione politica”.

Degrado della cultura politica italiana

Noi, insieme a tante e tanti, abbiamo vissuto e viviamo tutto il degrado della cultura politica italiana. Devastazione sociale ed economica che ha distrutto relazioni, paesaggio, natura; risultato di uno sfruttamento pervasivo e onnipresente dell'ambiente, del lavoro, del corpo dell'uomo e della donna, delle loro stesse menti. Crescita di solitudini impaurite e competitive, precarizzate nell'intera vita – non solo nel lavoro; incattivite e allo stesso tempo passive nell'accettazione dell'esistente; vive solo nell'affidamento a un leader tanto più ridicolo e volgare quanto più riconosciuto affine nella miseria dominante dell'individualismo proprietario. Società di massa a guida mediatica, spoliticizzata e fragile ma feroce nella ricerca di un'identità mitica costruita nell'esclusione del diverso e del più debole: minaccia alla sicurezza e all'ordine, facile oggetto del partito dell'odio. L'aggravarsi della situazione economica italiana non mette per nulla in discussione tale paradigma, anzi aumenta la percezione dell'insicurezza e della solitudine, dunque la riduzione dell'economia a meccanismo naturale e della politica a retorica artificiale insignificante. Il berlusconismo si alimenta dei suoi fallimenti, dell'impoverimento materiale e simbolico che produce.

Emergenza democratica

È in discussione oggi la radice stessa della democrazia costituzionale. Quella che si basa sulla limitazione dei poteri, sugli equilibri istituzionali, sul controllo di legalità, sui diritti indisponibili dei singoli e delle minoranze. Sulla laicità. Tutte le istituzioni di garanzia vengono paradossalmente politicizzate per liberare il campo alla politica autoritaria del governo. Che torna a incarnarsi nel “corpo del principe”: corpo maschile plastificato, specchio di un potere che si esercita sulle donne riducendole a ornamento pornografico e corpi-contenitori da affidare al magistero della chiesa. Un potere maschile che si vuole universale assoluto.

Basta

Ecco, noi siamo quelle e quelli che non ne possono più, non si aspettano più risposte da altri e non intendono delegare ai partiti esistenti. Basta con questo degrado etico e culturale, e con questa assenza di un’opposizione degna di questo nome. Abbiamo bisogno di un'opposizione che sia resistenza ma anche esistenza, alternativa, inaugurazione di un'altra logica, di un altro orizzonte per quell'Italia che vive altrove dai salotti televisivi. Per la nostra vita e per quella delle generazioni future.
Noi ci impegniamo a costruire questa opposizione e questa alternativa.

Non si salva la democrazia italiana senza un soggetto collettivo di sinistra

Non si salva la democrazia italiana senza un soggetto collettivo che sappia tenere insieme società e politica, bisogni e desideri, politica economica e ordine simbolico, conflitto sociale e narrazione di sé. Un soggetto di sinistra che non fa coincidere i valori con gli interessi, né li riduce a prediche o aspirazioni ideali generiche. Tiene insieme libertà e uguaglianza, lavoro e dignità, fratellanza e cura del mondo. Pace. Una sinistra né triste né patetica, che non si limiti a ridurre i danni del neoliberismo restando dentro la sua logica, che non si accontenti del meno peggio ma sappia immaginare un'altra società e un altro mondo. E questa immaginazione faccia davvero vivere in progetti e azioni, nel tessuto di relazioni che formano identità e pratiche politiche.

Qualcosa di assolutamente nuovo, a sinistra

Una sinistra che riconosca la necessità di costruire relazioni larghe davanti a questa emergenza democratica e nella prospettiva di un'alternativa per il paese. Che sia cioè all'altezza della situazione e in grado di affrontare, oltre ai conflitti sociali e civili, anche le scadenze elettorali. Sappiamo che quest’ultimo è terreno infido, perché truccato da leggi maggioritarie e società dello spettacolo, ma ineludibile in un sistema politico-istituzionale fondato sulla rappresentanza. Una sinistra che sappia prendere decisioni secondo modalità democratiche e partecipate che si traducano concretamente in risposte pratiche e non solo teoriche ai problemi che quotidianamente le persone in carne e ossa si trovano ad affrontare nel loro vissuto complessivo, individuale e non. Che crei spazi di confronto unitari, case comuni e luoghi pubblici in cui permettere il libero gioco delle differenze – tanto più fondamentali quando si tratta di navigare in mare aperto e inventare altre mappe e altri percorsi.

 

 


Una sinistra che non miri a banali somme di sigle, cartelli puramente elettorali: la crisi della politica chiede di tornare alla polis. C'è da ricostruire un punto di vista e relazioni che liberino territori creando spazi di altra economia e socialità. Qualcosa di assolutamente nuovo. Può spaventare ma anche entusiasmare – e noi siamo quelle e quelli ancora capaci di entusiasmo. Abbiamo bisogno di ripartire da iniziative sociali in grado di dialogare con tutto quello che nella società vive, resiste, insorge. Cooperative politiche che pratichino democrazia, autoformazione, confronto e partecipazione. Strutture non più gerarchiche o piramidali, fondate sulla rotazione degli incarichi affidati per estrazione, sulle decisioni condivise, sull'uso dei nuovi mezzi di comunicazione, sul principio una testa un voto. Sul rifiuto del leaderismo e del professionismo della politica.

Piccoli passi concreti di un altro mondo possibile

La sinistra che vogliamo comincia da qui. Comincia dalla realizzazione di piccoli passi concreti, definizione di pochi ma chiari obiettivi di politica economica, parziali ma capaci di prefigurare un'altra concezione della società, del lavoro, dell'ambiente. Passi concreti che non solo proteggano i beni comuni minacciati dalla privatizzazione – acqua, atmosfera, energia, biodiversità, saperi, città, territorio – ma ne facciano il cuore di una strategia che sottrae alla logica della mercificazione ciò che fa di una somma di individui una comunità umana: per ricostruire intorno a questi elementi di res publica, cosa comune, un tessuto di relazioni e democrazia. Allo stesso tempo, tuttavia, una sinistra che si misura con una ambizione molto alta, un azzardo, che costituisca uno spostamento radicale rispetto alla storia di questi anni. La crisi economica e finanziaria può essere occasione per misurarsi con l'emergenza ecologica e trarne un altro paradigma per l'intera vita collettiva: che rimetta al centro la qualità della vita, le relazioni con la natura e il vivente, la politica e il diritto liberati dalla mera amministrazione della razionalità economica dominante. Ormai sempre più irrazionale, cioè irragionevole.

Uno spazio collettivo per chi è lontano dalla politica ma non rinuncia alle sue passioni

Non ci servono le pratiche di pura sopravvivenza di sigle o gruppi dirigenti. E non possiamo assistere passivamente quasi rassegnati, alla demolizione della Costituzione e della democrazia italiana. La sinistra può e deve offrire uno spazio collettivo per ragazze e ragazzi, donne e uomini, che intendano ricominciare a inventare il proprio mondo. Senza nostalgie, a partire dai nuovi anticorpi che esistono anche nella delusione presente e nel disincanto diffuso. A questo mondo che si è allontanato dalla politica ma non ha per nulla rinunciato alle sue passioni noi intendiamo prima di tutto rivolgerci. Tutte le pratiche di comunicazione creativa, sperimentazione di reti tramite internet o social network, sono possibili strumenti da usare. Luoghi di invenzione di linguaggio, di espressione di immaginazione e desideri.

Un percorso di liberazione permanente

Possiamo offrire un altro racconto e obiettivi raggiungibili alle soggettività devastate dalla crisi del presente e dalla cancellazione del futuro. Non c'è una Terra Promessa da conquistare e non abbiamo tutte le risposte già compiute e confezionate in testi sacri da recitare a memoria. Però potrebbe essere questa perdita di certezze una liberazione. Abbiamo visto che si possono usare felicemente carriole per liberare il percorso da molte macerie; le mappe si verificano e si ricostruiscono continuamente, non esaurendo mai la complessità del territorio. La democrazia è questo percorso laico e condiviso di liberazione permanente o non è.
Questa sinistra e questa democrazia sono qualcosa per cui a noi sembra che valga la pena spendere
energie. Perché non è sacrificio di sé, della propria vita. È festa collettiva, riconquista di senso per la
nostra esistenza.
Da qui ci proponiamo di ripartire. Insieme.


Rete@sinistra - Assemblea di Firenze 24 aprile 2010

 

Riprendiamoci la primavera, a sinistra

Una campagna elettorale così non si era mai vista. E non avremmo voluto vederla 
Corruzione diffusa e incompetenza, regole che cambiano “interpretazione” a seconda delle necessità del potere. Preminenza degli esecutivi, poteri eccezionali, disprezzo delle forme minime di garanzia democratica – considerate lungaggini burocratiche di disturbo al manovratore, non strumento di partecipazione e controllo – trasformano la politica del fare nel fare affari con la politica, aggravando la crisi della democrazia costituzionale. Mentre il mondo del lavoro è sempre più precarizzato ed impoverito e prosegue la devastazione ambientale del territorio, la società intera viene drammaticamente impaurita e frammentata, spinta alla ricerca del nemico interno, all'odio per ogni diversità. Il centrodestra si mostra per quello che è: stato d'eccezione permanente, cura delle “relazioni” come scambio di favori, disprezzo delle norme - specchio inguardabile di una certa Italia. Non di tutta.

 Sinistra marginale
Esiste altro e ogni tanto appare chiaro e forte. Un desiderio di democrazia e di etica che si incontra nelle piazze, nelle reti, nei tanti luoghi della comunicazione diffusa e informale. Una percezione dell'emergenza sociale ed economica che sale sui tetti e scende nelle strade costruendo momenti di lotta e comunità di resistenza. Ma a questo bisogno non ci sembra sappia ancora rispondere una sinistra che anche in questi mesi non riesce ad articolare un discorso e una proposta all'altezza dell'emergenza, né ad intercettare e rappresentare quella richiesta di democrazia radicale che è espressa dal popolo viola, da quello giallo del primo marzo, da quello di tutti i colori di tutti i giorni. Niente di nuovo sul terreno della formazione delle liste e dei programmi, né alcuna presenza efficace sul terreno del conflitto sociale. Di questa marginalità è ultimo specchio drammaticamente impietoso il silenzio sulla gestazione durata due anni dell’aggiramento dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Ciascuno dei pezzi vari della sinistra sopravvissuto al cataclisma dell'Arcobaleno ha intanto continuato a proporsi come unico inizio giusto, possessore di marchio vincente. Ma secondo noi non si trattava di presentare sul mercato delle scelte elettorali l'offerta migliore, il simbolo più simbolico, il leader più carismatico. Né di sommare in cartelli vari gruppi dirigenti in cerca di conferma – con relative spartizioni. Non si tratta di esistere solo sul terreno elettorale, dove è comunque importante sconfiggere le destre, e che le forze di sinistra nel loro variegato insieme riescano ad affermarsi nelle prossime elezioni regionali. Sussistere e resistere resta tuttavia un minimo necessario quanto ampiamente insufficiente.

 

 


 
Noi proponiamo di cercare ancora.  Provare un'altra strada
Un soggetto politico della sinistra dovrebbe costruire relazioni sociali e tessuto politico della collettività, leggerne bisogni e desideri, offrire spazi e forme per una presa di parola che sia narrazione di sé e relazione collettiva, per dare voce a quegli anticorpi culturali e politici che pure la disgregazione neoliberista produce. È tutta la dimensione di conoscenza e teoria, relazionale ed esistenziale della sinistra che occorre ricostruire. La stessa rappresentanza non può essere vissuta come voce istituzionale di una società altrimenti muta – al contrario come strumento di servizio e dialogo per un tessuto politico vivo dentro e fuori le istituzioni.
 

Un soggetto politico nuovo della sinistra come spazio aperto e condiviso di riflessione e pratiche
Solo una forma nuova del soggetto politico, capace di contenere le diversità perché definisce regole democratiche del confronto - e ne fa crescere il desiderio - può permettere di costruire una casa comune, dalle porte e dalle finestre spalancate sul mondo, che sia all'altezza del disastro attuale e che sia anche in grado di affrontare la prossima scadenza elettorale delle politiche 2013. Riconoscendo tutte le storie e tutte le appartenenze senza abiure, senza più perdersi però in mediazioni povere di senso fra sigle, simboli, piattaforme senz'anima, gruppi dirigenti. Una comunità politica a rete confederativa territoriale, che rifiuti il professionismo politico, le strutture gerarchiche piramidali, le decisioni sequestrate dai vertici. Tessendo con pazienza e “cura” partecipazione creatività e relazioni interpersonali finalmente nuove e decenti. La storia dei partiti del novecento è ricca di luci e di ombre, ma è storia di vita di uomini e donne, un processo straordinario di autoeducazione alla politica e alla democrazia. Per riportare la vita nella democrazia, la democrazia in vita, occorre oggi immaginare spazi, tempi e forme dell'agire collettivo e del coinvolgimento personale molto diverse probabilmente da quelle che abbiamo conosciuto. Abbiamo tutte/i meno certezze nel futuro, nessuna possibilità di rimandare alla conquista del potere e al sole dell'avvenire le speranze di giustizia e di liberazione. Per vivere con questa incertezza, facendo del desiderio di politica una forza che attraversa e supera il disincanto, occorre un di più di rispetto reciproco, di ricerca comune, laicità, solidarietà. Libertà.

La cupezza allarmante del quadro ci chiama ad un salto di qualità, che dia un senso al processo costituente di un soggetto politico nuovo della sinistra.

Rete@Sinistra invita su questo tutte e tutti a confrontarsi in una “due giorni”
 a Firenze  venerdì 23 e sabato 24 aprile- info: http://www.forumsinistra.it/web/



 


LE SBERLE DEL VOTO
di Rossana Rossanda
il manifesto 9.06.2009


Assieme all’astensione, che ha punito tutti i cantori dell’Europa quale che sia, le elezioni del 7 giugno hanno somministrato in Italia diverse sberle severe. La prima è quella dei due rissosi spezzoni di Rifondazione, nessuno dei quali ha raggiunto il 4 per cento, disperdendo oltre il 6 per cento dei voti espressi. Non ci riprovino, perché non beccherebbero più neanche quelli. La seconda è quella del Pd, il quale ha incassato lo schiaffone infertogli dallo sceriffo dell’Italia dei valori e col suo pasticciato programma ha subìto lo stesso colpo degli altri socialismi europei, privi di qualsiasi idea in proprio. La terza sberla l’ha presa Berlusconi, il cui sogno di oltrepassare il 40% per governare da solo con il sostegno della Lega si è dimostrato irrealizzabile. Il Pdl non ha superato il 35% e la Lega non è la costola di nessuno, è l’espressione nazionale di una destra europea particolarmente brutta, che mette radici da tutte le parti e condiziona il Pdl invece che farsi condizionare. Quanto ai cattolici o ex Dc, ormai seguiranno Casini, ci si può scommettere. Per ultimo, è certo che gli uomini di Fini non si sono dati troppo da fare per il Cavaliere: se lavorano, lavorano per il loro capo che si sta volonterosamente fabbricando un’immagine di destra presentabile, cosa che a Berlusconi e Bossi è impossibile.
Né il Pdl né il Pd né la sinistra radicale sono riusciti a motivare l’elettorato, anche se l’astensione deve aver giocato piuttosto a sinistra, sempre nell’idea dura a morire che le sinistre rifletteranno sicuramente su chi gli ha rifiutato per sdegno il voto. L’astensione non le ha mai corrette. Ancora più derisorio appare che alcuni dei loro esponenti, già sicuri contro qualsiasi verosimiglianza storica, della vocazione bipartitica degli italiani - che dal 7 giugno è, per i politicisti, la vittima principale - dichiarino che i risultati sono abbastanza buoni. Fa impressione sentire dal Pd che esso «sta tenendo bene il campo». Il Pd deve riconoscere al più presto che la miscela di cui è fatto è indigeribile per chiunque vorrebbe un riformismo dotato di qualche senso.Non si può andare con l’Opus Dei e negare i diritti civili a un elettorato laico e anche cattolico adulto.

 

 

  Voglio ammettere che un terzo degli italiani s’è abituato ad ammirare l’improntitudine e l’impunità, ma per gli altri due terzi è difficile ingoiarle. Infine, la mancanza nel Pd di qualunque sensibilità sociale, sia pur moderata, la voglia non nascosta di mettersi al seguito di Emma Marcegaglia, e nello stesso tempo la mancanza di qualsiasi altra credibile sinistra sociale - credibile nel senso di dare ai lavoratori dipendenti più importanza che alle proprie velleità di protagonismo - ha probabilmente regalato all’astensione o al protezionismo di Tremonti una parte dei voti di quegli operai, i quali hanno poche scelte davanti al perdere il lavoro e con esso la sussistenza.
Leggere oggi che Massimo D’Alema ha raccolto i suoi non per proporre una correzione di linea ma per confermare la sua promessa di fare segretario del partito Bersani, liberalizzatore dei taxi, fa cadere le braccia.
Per ultimo, due parole sulla scomparsa della sinistra radicale, quella che ha disperso fra gli altri anche il mio voto. Sbaglia Asor Rosa dicendo al Corriere che nessuno ha tentato di evitarle la sbandata che ha preso. Molti di noi hanno tentato e senza volere per noi proprio nulla. Solo per timore che accadesse quel che era molto probabile e che infatti è accaduto. E non proponevamo partiti pasticciati, solo di dare una certa rappresentanza a una lista unitaria, quindi anche di sensibilità parzialmente diverse, ma di sicura onestà, fedeltà di sinistra e competenza. Non hanno voluto. Anzi, mi si corregga se sbaglio, in particolare Ferrero e Diliberto non hanno voluto. Non è che con ciò abbiano salvato il comunismo. A Pd, Rifondazione e Sinistra e Libertà suggeriamo di mandare i loro dirigenti in congedo al più presto. E se in mezzo a loro ci sono - e sappiamo che ci sono - persone serie e ragionevoli, chiediamo che riflettano al più presto su come leggere senza troppi svarioni i problemi che il 2009 sbandiera alle sinistre. È vero che ce ne sono almeno due, ma tutte e due hanno a che fare con i disastri prodotti dal capitalismo, più o meno selvaggio, o dalle illibertà politiche e civili. Tutto è scritto, basta saper leggere.

 



Editoriale.

DOMANDE ALLE SINISTRE
di Rossana Rossanda

Non credo che una sinistra possa dirsi esistente se di fronte alla più grossa crisi del capitalismo dal 1929 non sa che cosa proporre. Questi erano i lumi che la cittadina sprovveduta chiedeva di avere dai leader delle sinistre e dell'opposizione e dagli amici economisti, ma non ne ha avuti. Stando così le cose, mi azzardo ad avanzare alcune osservazioni e proposte elementari che, se sono infondate, spero vengano vigorosamente contraddette.
Prima osservazione. Perché le sinistre non si chiedono la ragione per cui non solo le destre thatcheriana e reaganiana ma anch'esse si sono e restano persuase che non c'è altra via economica da percorrere che non sia la privatizzazione (spesso liquidazione) di tutti i beni pubblici e di gran parte dei servizi, quelli di interesse sociale inclusi? E perché era giusto incitarli alla concorrenza dentro e fuori i confini nazionali ed europei? La destra ha detto che i privati li avrebbero gestiti meglio e che le tariffe si sarebbero abbassate, ma questo non è successo affatto e in nessun luogo.
Seconda osservazione. Perché le sinistre hanno accettato, talvolta mollemente opponendosi, la detassazione delle imprese, delle successioni e delle grandi fortune, togliendo entrate allo stato, nella previsione che i capitali, rimpinguati, sarebbero stati investiti nella produzione? Non è stato affatto così, la produzione non è mai stata così bassa, fino all'orlo - per esempio in Francia - della recessione.
Terza osservazione. Perché le sinistre, che fino a ieri rappresentano il lavoro dipendente, hanno accettato che per facilitare la crescita si dovessero abbassare, rispetto al passato, i salari mentre lo Stato doveva restringere nella spesa sociale quel tanto che c'era di salario indiretto (vedi, in Italia, finanziaria e protocollo sul welfare dell'anno scorso)? Con l'ovvia conseguenza di una caduta generale del potere di acquisto in tutti i ceti dipendenti? Stando così le cose non occorrono grandi discussioni filosofiche sulla crisi della politica.
Quarta osservazione. Non so se dovunque, ma è certo che in Italia questa strada ha condotto non solo a una produzione bassa ma non puntata sull'innovazione di prodotto, bensì al basso costo del lavoro, in questo dando la testa al muro, o cercando le condizioni per delocalizzare, perché sia nell'Est del nostro continente sia fuori di esso i salari sono ancora più bassi che da noi. Quinta osservazione. Perché le sinistre e le loro stesse teste d'uovo non si sono accorte che i capitali, invece che in produzione se ne andavano sia in modo legale sia in modo fraudolento, nella speculazione finanziaria, dandosi a tali demenze che stanno sbaraccando l'intero sistema?
Ultima osservazione. Perché le sinistre non sanno dire altro, a mezza bocca o con grandi sorrisi, che i buchi formati dalle banche, dalle assicurazioni e dagli hedge fund, mandati a picco per demenza dei loro dirigenti, vengano sanati col denaro pubblico, cioè quello dei contribuenti, senza chiedere nessuna proprietà pubblica effettiva in cambio? Suppongo la risposta: non si può reimmaginare un intervento pubblico perché si sa che lo stato gestisce malissimo. Già.

Perché, il privato gestisce bene? Nell'epoca dei «trenta gloriosi», cioè della partecipazione pubblica e statale, nessuno di questi immensi guasti si è verificato. Dunque in nome di che cosa, che non sia il pregiudizio, non viene oggi riproposta una politica di intervento pubblico? Certo esso implica darsi non solo una linea economica ma un metodo di gestione pubblica pulito, fatto di diritti chiari invece che ottativi. Perché è vero che questo è mancato dando luogo a quelli che sono stati chiamati boiardi di stato e a clientelismi di vario tipo.
Un intervento pubblico non sarebbe il socialismo, come qualche ignorantissimo afferma, ma darebbe luogo a una forma di contrattazione partecipata fra cittadini e istituzioni assai diversa dall'attuale riduzione della democrazia a fiera quinquennale del voto. Chi ci impedisce di metterci a ripensarlo? Nessuno. Chi lo propone? Nessuno. Salvo qualche isolato pensatore americano come Krugman con la riproposizione di un new deal. Chi dirige la musica in Italia è ancora Berlusconi, con la sua speranza che la «scarsa» modernizzazione delle banche italiane ci salvi dal terremoto. Con maggior ragione si può obiettare che una politica di intervento pubblico non si fa da soli, tantomeno in tempi di globalizzazione e dopo che lo stato nazionale si è consegnato mani e piedi alla Costituzione europea che, sotto il profilo politico, è flebile, come si è visto nel caso dei rom e, sotto quello economico, è superliberista. Da parte mia, obietto che lo spazio europeo può essere invece una carta da giocare, per la sua dimensione e la sua moneta unica; vi si potrebbero mettere in atto i processi macroeconomici che oggi un intervento pubblico comporterebbe. Che cosa impedisce che una sinistra possa e debba muoversi su questo terreno su scala continentale? Non penso che mancherebbero le resistenze, e potenti.
Ma questo è il momento per aprire il conflitto con qualche possibilità di vincere. I lavoratori europei non sarebbero con noi, invece che darsi alla disperazione o consegnarsi alla Lega o al primo Haider che passa perché gli salvi protezionisticamente l'azienda? La verità è che si tratta di una scelta non «economica», ma «politica». Ecco quanto.
Naturalmente sono pronta a riflettere su tutte le critiche demolitrici che mi si vorranno inviare.



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Undici tesi dopo lo tsunami.

Documento del CRS (Centro di studi ed iniziative per la Riforma dello Stato) Giugno 2008

1. Aprile 2008: va rilevato il tratto di discontinuità, forse di salto. Non si può riprendere il discorso dall’heri dicebamus. Occorre un cambio di passo, nella ricerca e nell’iniziativa. Non stava scritto che la transizione si chiudesse a destra. Ma così è avvenuto. E tuttavia non è la sorpresa il sentimento dominante: i segni c’erano, nel paese, e anche a Roma. Perché non siano stati letti, è il problema. D’altra parte, non è la paura il sentimento che ci deve dominare. Non c’è Annibale alle porte, non ci sarà un passaggio di regime. C’ è una nuova destra, di governo, e di amministrazione, da sottoporre ad analisi e da contrastare nella decisione, con uno scatto di pensiero/azione.
2. Si conferma il dato, che viene da lontano, di una maggioranza di centro-destra nel paese reale. Negli ultimi quindici anni, l’opinione di centro si è avvicinata all’opinione di destra. Se la Dc era un centro che guardava a sinistra, Forza Italia è un centro che guarda a destra. Questo ha dato l’illusione che ci fosse un residuo di centro da conquistare a sinistra. C’era, ma meno consistente di quanto si pensasse. I mutamenti, non colti, di società, a livello di territorio, sono stati più forti dell’iniziativa politica. Sono state due le risposte a questi smottamenti di opinione: una a vocazione maggioritaria, una a vocazione minoritaria. La prima, una risposta, diciamo così, espansiva: competere al centro, per togliere al centro-destra un pezzo di consenso. Così, i Progressisti, poi l’Ulivo, poi l’Unione, poi il Partito democratico. Che quest’ultimo potesse assolvere a questa funzione da solo come un tutto, si è dimostrato un progetto, a dir poco, non realistico. La seconda, una risposta, diciamo così, difensiva: marcare una posizione alternativa, con una grande ambizione e una piccola forza. Non si può essere, troppo a lungo, anticapitalisti e deboli, antagonisti in pochi. Aprile, il più crudele dei mesi: due fallimenti, del centro-sinistra e della sinistra, del grande partito di centro-sinistra e della piccola aggregazione di sinistra.
3. Qui, un punto teorico-politico, che va affrontato. Si potrebbe chiamare l’equivoco della rappresentanza. Anzi, il rapporto tra l’equivoco della rappresentanza e quella che si dice la crisi della politica. Che cosa viene prima, una crisi di rappresentanza sociale o una crisi di proposta politica? Che cosa fa più difetto, la rappresentanza o la rappresentazione? Proviamo a rovesciare il senso comune. E diciamo così: la crisi della politica comincia non quando la politica non sa più ascoltare, ma quando la politica non sa più parlare. Certo che bisogna ascoltare, la rappresentanza è essenziale, capire la società, conoscerla, ma non è tanto la mancanza di questo che sta al fondo della crisi della politica. Il fondo della crisi della politica è nel crollo di soggettività politica, nella caduta, relativamente recente, della proposta soggettiva. La politica non sa più parlare proprio perché non sa più leggere, non sa più interpretare. E quindi non sa orientare, non sa dirigere. L’equivoco della rappresentanza è il fatto di assumere il dato così com’è, anche il dato della società, anche il dato della maggioranza di centrodestra nel paese. Se tu lo assumi così com’è, e cerchi di correggere questo, e non ti fai carico invece di una proposta politica forte, lì inneschi appunto un processo che va a finire nella crisi della politica. Prima produci l’antipolitica e poi ti fai carico di rappresentarla.
4. Quando la politica non sa più parlare, allora viene fuori un ceto politico, e un ceto amministrativo, autoreferenziale, che parla a se stesso e di se stesso, perchè non sa più parlare al paese, alla società. Questo ceto politico, impegnato a occuparsi di se stesso, entra nella logica di qualsiasi altro ceto, di qualsiasi altro corpo della società. Per garantirsi il consenso insegue le pulsioni di massa. Più le rappresenta, più vince. La politica non è scollata dalla società civile, è incollata ad essa. Se società civile è il campo degli interessi particolari e degli egoismi corporati, allora la politica di oggi non la rappresenta poco, piuttosto le assomiglia troppo. Questa politica è un pezzo di questa società, subalterna alle leggi di movimento, nazionali e sovranazionali, attraverso cui essa si autogoverna. Di qui, la crisi di senso dell’agire politico, vero e proprio fatto d’epoca del nostro tempo. Perché, compito principale della politica non è dare risposte, è fare domande. E’ la politica che deve interrogare la società, e il dato che c’è, deve appunto saperlo leggere, decifrare, tradurre, e solo dopo che lo ha interpretato, può rappresentarlo, ma mai rappresentarlo come riflesso passivo, mai specchiarlo così come si presenta oggettivamente, nel suo gioco incontrollato di forze.
5. Quale, su questo punto, la differenza tra l’adesso e ieri? In passato c’erano le grandi classi, che avevano una voce, che parlavano, esprimevano, sì, interessi, ma grandi interessi, di per sé riconoscibili. In quel caso la politica era più facilitata a rappresentare, a raccogliere, perché la voce veniva da potenti aggregati, già autonomamente, in qualche misura, organizzati. Era meno importante allora leggere e interpretare, era più possibile direttamente rappresentare. Ma quando le grandi classi si disgregano, e ti trovi di fronte a una società frammentata, pluralistica, corporativizzata, cetualizzata, anarchicamente individualizzata, quando non c’è più quindi voce sociale, aumenta l’obbligo della voce politica. Parlare a questa frammentazione, vuol dire elaborare una proposta riunificante. Il sociale ormai, nel capitalismo dopo la classe, va costruito, non va descritto. Produrre legame sociale, e produrlo attraverso il conflitto, o meglio, attraverso i conflitti, ecco il volto nuovo della Sinistra, dopo il Movimento operaio. La Destra, nemmeno la nuova destra, può e sa farlo. Il discrimine è qui. Fare società, ma con la politica: se deve esserci missione, per la Nuova Sinistra, questa è.
6. C’è un’ondata di destra, che arriva, con il solito ritardo in Europa, dall’America di Bush, proprio mentre lì va forse declinando. E’ una febbre da rivoluzione conservatrice in tono minore, che attacca i corpi malandati dei nostri sistemi politici. Lo schema è quello tradizionale: la paura come risposta al disagio. Perché la paura non è la causa scatenante, la causa scatenante è il disagio, di società, di umanità, e quindi di civiltà. La paura è un rimedio mobilitante per chi non ha difese, e dunque le cerca, per chi non ha sicurezza del futuro e dunque cerca sicurezza almeno nel presente. La destra corrisponde di più e meglio al lato oscuro dell’animo umano, e la sinistra ha i Lumi ma da tempo li tiene spenti. Una tesi politica, controcorrente, da sostenere a questo punto con buone ragioni potrebbe dire così: la destra vince perché non c’è la sinistra. E’ una tesi dimostrabile empiricamente, ultimi dati elettorali alla mano, nel paese Italia e, soprattutto, in quell’evento simbolico che è la caduta di Roma: non ha sfondato il centro-destra, è franato il centro-sinistra. La verità da cominciare a dire è che il centro-sinistra non ha futuro se non si riorganizza intorno a una Grande Sinistra.

7. C’è un retroterra di questo discorso, di cui bisogna essere consapevoli, un discorso di lungo respiro, che funge un po’ da convitato di pietra di tutti i nostri pensieri. Dice questo: la destra vince, perché il capitalismo è forte. Sta forse esaurendosi il ciclo neoliberista e sta forse riguadagnando spazio il ruolo delle politiche pubbliche, e c’è da capire dove cadrà l’accento, se sul passaggio di crisi o sul passaggio di ristrutturazione. La sfida è a livello globale, e sarebbe bene non lasciare alla destra tutta intera la denuncia degli effetti perversi della globalizzazione mercatista. Il capitalismo è forte perché riesce a tenere ancora insieme innovazione di sistema, democrazia politica ed egemonia culturale. Un blocco di potenza che ha permesso fin qui a proprio favore due, e due sole, soluzioni di governo: o un centro-destra forte o un centro-sinistra debole. La virtuosa alternanza nei sistemi bipolari o bipartitici, modello Westminster, si sappia, ha questo vizietto di fondo. In queste condizioni, non c’è spazio né per una politica di pura gestione né per una politica di mera contestazione. C’è posto solo per una guerra di posizione, di media durata. La difficile situazione economica impatterà con il governo politico della destra. E l’emergenza, che sembrava dover essere istituzionale, magari sarà di più sociale. La storia-mondo, poi, è un campo di imprevedibili eventi, se non la si guarda con la pappa del cuore, ma la si afferra con la lucida intelligenza di una politica-mondo. Qui c’è un terreno favorevole per la sinistra, se saprà essere meno Proteo e più Anteo, se saprà di meno apparire in tante forme e di più ritrovare la sola terra da cui ricava la propria forza.
8. Bisogna dire: il popolo della sinistra ha il diritto di avere, per sé, una forza politica. E poi dire: l’Italia, per stare in Europa e nel mondo ha bisogno di una sinistra. Non di una piccola sinistra, residuale, testimoniale, arroccata nei passati simboli e nelle antiche identità, ma di una Grande Sinistra, moderna, critica, autonoma, autorevole, popolare. Non si può concedere che l’anomalia italiana si ripresenti oggi nella forma dell’eccezione di un paese senza una grande forza politica che rivendichi con orgoglio questa funzione, nel nome, nei fatti, nei valori. Il problema di oggi non è: che cosa è sinistra, ma chi è sinistra. Più che conoscere, si tratta di andare a ri-conoscere il popolo della sinistra. Ma, anche qui, riconoscere non vuol dire rappresentare, vuol dire costruire, o meglio, ricostruire un campo di forze, in grado di portare un progetto di trasformazione, strategicamente pensato e tatticamente agito. Fondare un popolo: questo il Beruf - vocazione/professione - della politica, quando non è chiacchiera ma discorso, non immagine ma idea, non affabulazione ma organizzazione.
9. La nuova e antica centralità: dare forma politica al pluriverso del lavoro. Ci vuole un’idea politica di lavoro, anzi, di lavoratore. Dopo l’esperienza storica del movimento operaio, in che modo la persona che lavora, uomo e donna in modo differente, può avere in quanto tale, non solo come cittadino, una funzione politica? Come i lavoratori associati possono contare politicamente? In che modo, per quali vie, con quali forme, possono esprimere un progetto di modello sociale, di sistema politico, di egemonia culturale? E, anche qui, chi sono oggi i lavoratori? C’è questo ceto medio acculturato di massa, che è diventato un po’ la caricatura del blocco storico per il centro-sinistra: perché è isolato e lontano dal resto della società reale. Ha una parte alta, che va verso le professioni, una parte bassa che va verso il precariato, a volte le due condizioni si congiungono. E’ prezioso lavoro della conoscenza, un decisivo pezzo di lavoro immateriale, con in mano il futuro di sviluppo del paese. Va ricongiunto al lavoro materiale, al lavoro manuale, che c’è anche quando manovra le macchine, al lavoro operaio, salariato. Il lavoro sans phrase, direbbe Marx. Ma qui ne va della dignità della sinistra il farsi carico e porre rimedio a questa disperata solitudine operaia, che si esprime, come abbiamo visto in tanti modi, a volte sconcertanti, che vanno riconosciuti, non giudicati. Solo assolvendo politicamente a questo compito si può riaprire il discorso sul nuovo “mondo del lavoro”. Lavoro e sapere, si dice oggi. Più la differenza del lavoro femminile. Il lavoro autonomo, di prima e seconda generazione, che va ricongiunto al lavoro dipendente, garantito o precarizzato. Così come il centro urbano va ricongiunto alle periferie metropolitane. Non è possibile accettare come un destino il rovesciamento di consenso che si è verificato tra questi spazi di territorio e in questi luoghi del sociale. Non è possibile. O altrimenti essere di sinistra non ha più senso politico. Ecco la vera missione di un forte partito della sinistra: recuperare il senso della propria funzione, nel “fare popolo” come “soggetto politico”. Ricongiungere, riannodare e stringere il nodo tra campo sociale e forza politica.
10. Diceva Brecht: sul muro sta scritto “viva la guerra”/ chi l’ha scritto, è già caduto. Adesso si dice: non si può tornare indietro. Chi lo ha detto, ha già messo un piede nel vuoto. Il nuovo a tutti i costi restaura il vecchio che avanza. Abbiamo avuto a nostre spese, qui e ora, una lezione da manuale. Calcoliamo bene le mosse, prendiamoci il tempo necessario. Ma non escludiamo a priori il fatto che a volte è necessario fare un passo indietro per saltare in avanti.
11. Intendiamoci su questo. Non si tratta di mettere insieme i pezzi della vecchia sinistra. Sarebbe un’operazione fuori tempo e senza spazio. Il vecchio bisogna sempre che sia quello dell’avversario, mai il nostro. Tutte e due le tradizioni, quella comunista e quella socialdemocratica, sono esaurite. Ma non si creda che sia allora viva, per i bisogni della sinistra, la tradizione liberaldemocratica. Il partito del popolo della sinistra è oltre tutta intera questa storia. Le componenti popolari si sono sfaldate, ma le loro culture in senso lato, cioè le tracce di civiltà, che esse hanno depositato nella storia del nostro paese, sono lì, in attesa di essere riconosciute,valorizzate, riorganizzate e riunificate con le nuove culture, con i nuovi grumi di civiltà: le esperienze di organizzazione con le esperienze di movimento, il socialismo con il femminismo, il cattolicesimo sociale con i diritti della persona, il lavoro salariato con l’ambientalismo politico, la cultura del conflitto con la cultura della pace. Tutto questo, insieme, è popolo della sinistra. E può diventare partito del popolo della sinistra. Non è un blocco, è un campo. Non si comporrà da solo. Bisogna comporlo. Ci vuole decisione politica e pensiero forte. Ma, ecco: non si deve scherzare con i propri riferimenti, pratici e teorici. Altrimenti si diventa un’altra cosa.



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Assemblea del 19 aprile 2008 a Firenze – per la sinistra.

• di Aldo Tortorella • (presidente dell’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra)

Assemblea del 19 aprile 2008 a Firenze – per la sinistra.
Ringrazio gli amici e i compagni dell’Associazione fiorentina “per una sinistra unita e plurale” per la organizzazione di questo incontro e per l’invito a intervenire nella discussione. Vorrei iniziare ricordando quel che mi diceva uno dei primi vecchi comunisti conosciuto durante la Resistenza quando ero poco più che adolescente. Egli, che veniva dalle prove più dure e dalla galera fascista, davanti alle più terribili sconfitte aveva un motto: “Potrebbe andar peggio”.
E un altro famoso dirigente di quei tempi lontani, dinnanzi ai colpi che subiva la sinistra dal 1948 in avanti si consolava dicendo: “Noi abbiamo ragione, ma la storia ci è contro”. Quei vecchi compagni – grandissimi combattenti , e uomini generosi – furono sorretti, come aveva annotato Gramsci parlando dei primi socialisti, da una sorta di fede. La fede fu utile anche se, come si sa, può portare a conseguenze pericolose, compresa la violenza settaria. Ma da quei compagni ho comunque imparato che anche dalle più dure sconfitte si può uscire cercando di guardare avanti. Ma se ne può uscire solo andando alla radice delle proprie insufficienze e dei propri errori. Oggi, la disfatta è tale che ciascuno di noi può vedere con maggior e più dolorosa chiarezza che bisogna ricostruire dalle fondamenta e che, dunque, ridiscutere dei fondamenti del pensiero e dell’azione della sinistra non è una escogitazione intellettualistica. E questo ha innanzitutto come premessa la capacità di un attento e reciproco ascolto, superando quell’orribile e tradizionale vizio presente a sinistra, della chiusura di ciascun gruppo in se stesso, nella presunzione di possedere tutta la verità.
Naturalmente, sono pienamente rispettoso degli sforzi compiuti dai compagni che in questi anni hanno costruito i partiti poi radunati in un cartello elettorale che in molti abbiamo cercato di sostenere. E sono pienamente persuaso che questi partiti nelle loro discussioni interne debbano applicare scrupolosamente le regole democratiche che si sono date.

Ma non è fazioso constatare i limiti non superabili delle esperienze nate per affermare una politica alternativa al neoliberismo e alla deriva neocentrista. Tutti sono chiamati oggi a scegliere tra una stentata reciproca separatezza che rinnovi lo spirito di gruppo e la capacità di impegnare se stessi in una opera comune. Non si farà niente di buono se non si vincerà il male endemico della sinistra rappresentato dalla avversione, o addirittura dalla ostilità, di ciascun gruppo o associazione o partito verso il proprio simile o il proprio vicino.
Ciò che è stato rovinosamente battuto in queste elezioni non è stata l’unità della sinistra ma un suo simulacro. L’unità plurale vuol dire certo riconoscimento della diversità ma contemporaneamente ricerca di un pensiero e di una pratica condivisi. Perciò è indispensabile ridiscutere dei fondamenti. Il che non significa parlare della luna, ma di ciò che preoccupa e angoscia le donne e gli uomini di questo nostro tempo: lavoratrici e lavoratori, precari e disoccupati, vecchi e giovani. Avanza una crisi economica pesante che dimostra l’erroneità delle politiche liberistiche: ma non è paradossale che in queste circostanze vinca la destra.
Dalla crisi del ’29 venne negli Stati Uniti la tendenza democratica roosveltiana, ma in Germania arrivò il nazismo. E alla fine si giunse alla seconda guerra mondiale.
Se il Partito democratico rappresentasse una risposta ai problemi del presente, alle minacce del futuro, ai pericoli determinati dal prossimo governo delle destre in Italia, di una sinistra non ci sarebbe più bisogno. Ma il Pd non ha risposte convincenti a partire dalle sue scelte fondative. Il Paese non è stato conquistato dalle destre il 13 e 14 aprile, ma è stato consegnato alle destre quando fu compiuta la scelta della rottura a sinistra, con quell’ “andare da soli” che accelerò la caduta del governo Prodi e ha portato alla sconfitta attuale.
La distruzione del centro-sinistra ha giovato solo alla destra. E sono temibili gravi conseguenze per la democrazia italiana. La sinistra non poteva e non può rinascere invocando, com’è stato fatto, una “scelta di parte”. La sinistra ha da chiedere una scelta, che non si fa solo nel giorno delle elezioni, valida per tutti: per la salvaguardia della Costituzione, per la difesa della pace, per l’affermazione dei diritti e degli interessi dei lavoratori e del Paese.



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Una Sinistra unitaria e plurale resta la strada.

• di Fulvia Bandoli •

Sarà un pezzo più lungo di quelli che scrivo di solito,me ne scuso. Ma il momento è serio.
Il Popolo delle libertà e la Lega stravincono le elezioni, il Pd resta inchiodato a oltre nove punti di distanza , Berlusconi torna al governo, la Sinistra Arcobaleno subisce una sconfitta storica e per la prima volta non entra in Parlamento. Siamo stati penalizzati dall’appello ossessivo al voto utile ( tanti elettori di sinistra hanno votato Pd illudendosi di poter battere Berlusconi ma il loro voto non è servito) e dall’astensione di un’altra parte delusa dall’operato del Governo Prodi appoggiato anche dalle forze di sinistra.
Questi due elementi però non spiegano una sconfitta tanto bruciante maturata nell’ultimo anno, e che deriva dai nostri enormi e persino incredibili errori. Non abbiamo convinto gli elettori che avevano votato a sinistra nel 2006, non abbiamo conquistato nuove forze. La Sinistra Arcobaleno in versione lista elettorale finisce qui. Quando nacque il Pd dicemmo che era un terremoto politico, che nulla sarebbe più stato come prima. Che nessuna delle forze della sinistra poteva da sola rispondere al vuoto che si creava a sinistra del Pd: che era necessaria e urgente una sinistra unitaria e plurale, un nuovo soggetto politico.
Ma tra il nostro dire e il nostro fare c’è stato di mezzo il mare. Abbiamo sprecato un anno . Nonostante gli Stati Generali in dicembre , dove tutti i dirigenti della sinistra politica si erano dichiarati pronti a promuovere e a farsi “travolgere” da una costituente della Sinistra , capace di risvegliare la partecipazione alla politica, pochi giorni dopo tornavano a prevalere chiusure, piccoli egoismi e nessuna costituente è partita nei territori. Siamo così arrivati tardi all’ appuntamento delle elezioni anticipate, solo con una lista elettorale ( la Sinistra Arcobaleno), senza una idea di sviluppo di questo paese, senza un progetto chiaro e credibile per il dopo elezioni, noncuranti di ristabilire un minimo di radicamento sociale. Abbiamo puntato tutto sul fatto che la sinistra rischiava di scomparire, che bisognava difenderne l’esistenza. Questo appello non poteva essere sufficiente perché per quanto un elettore di sinistra sia sensibile al mantenimento di una Sinistra nel suo Paese egli vuole capire come sarà, dove lo porta, quali politiche concrete propone per cambiare in meglio la vita delle persone, quali principi mette a base del suo progetto. E vuole anche democrazia nelle scelte programmatiche, nella elezione dei gruppi dirigenti, nella definizione delle liste, condivisione e partecipazione.
Senza democrazia diventa asfittico qualsiasi organismo politico ( oppure diventa leaderistico e personalistico come sono il PDL e il PD). Senza partecipazione siamo stati percepiti come uno dei tanti ceti politici che cercano di salvare loro stessi, e questo, per una sinistra che aveva denunciato la crisi della politica e si era proposta di cambiarla nelle forme e nei modi è risultata una contraddizione enorme. Se ci guardiamo intorno siamo, paradossalmente, noi dirigenti della Sinistra Arcobaleno quelli che più di tutti gli altri risultano travolti dalla pesante critica che montava, spesso con analisi che io non ho condiviso, dalla cosiddetta antipolitica. E a questo voglio aggiungere che l’aver dato una immagine totalmente maschile è stato un limite serissimo che denuncia una cecità profonda e mai superata.
Se sono vere anche solo una parte delle cose che ho scritto fin qui è chiarissimo che siamo di fronte ad una mole enorme di problemi da capire e da risolvere se vogliamo pensare ad una ripartenza. Per ricominciare bisogna avere chiare le ragioni di una sconfitta, rimettere mano in fretta alle pratiche politiche sbagliate che hanno condotto a quegli errori, cambiare con la democrazia ( e non con sommarie rese dei conti) coloro che dirigeranno in futuro l’eventuale progetto di rilancio. Ma bisogna anche dirsi con chiarezza e senza prese in giro qual’è la proposta politica e il progetto di paese che vogliamo rimettere in campo. Ho scritto tante volte della Sinistra che vorrei e non potrei adesso scrivere cose diverse . Vedo moltiplicarsi in questi giorni convulsi appelli di ogni genere ma ciò che li accomuna è un dato chiaro: la richiesta di tornare ognuno nei propri accampamenti e nei vecchi perimetri culturali.
Il solito ritornello che vuole i comunisti con i comunisti, i verdi con i verdi, i socialisti con i socialisti.. ripropone solo la congenita e maledetta incapacità delle varie culture della sinistra italiana a stare insieme.
E’ una resa. Credo che ognuna di queste culture politiche per quanto ben organizzata non possa, da sola, andare da nessuna parte. Temo che andrebbe solo verso il suo esaurimento. Sento anche che alcuni altri ( pochi per fortuna) propongono di trasferirci armi e bagagli nel Pd : mi pare anche questa una proposta disperata e sbagliata. Se siamo uomini e donne di sinistra come potremmo ritrovarci in un partito che , per sua stessa ammissione non è e non vuole essere un partito di Sinistra? Tutte le ipotesi che ho elencato rinunciano alla sfida che resta intatta davanti a noi e che ci è caduta addosso quando è nato il Pd : come e chi ridarà forza ad una sinistra in italia? Come ricostruirla?
E su quali basi? Dobbiamo tenere i nervi saldamente ancorati alla ragione perché in un momento tanto grave i gesti istintivi e frettolosi possono apparire più semplici, ma in genere sono sostenuti da poco pensiero e rischiano di diventare altri errori che si accumulano a quelli già fatti. Io penso che resti tutto intero davanti a noi l’obiettivo di una sinistra unitaria e plurale perché ritengo maturo ( anzi oramai quasi scaduto) il tempo nel quale le culture più storiche della sinistra possano convivere insieme a quelle più recenti e nuove ( quelle nate dall’ecologia scientifica, dal pensiero della differenza di sesso e dalla libertà femminile, dalla critica alla globalizzazione). E del resto quanti di noi interrogando la loro coscienza ( e anche la loro pratica politica quotidiana) potrebbero dirsi oggi solo e soltanto comunisti, o solo socialisti o soltanto verdi? Siamo molte culture ( ognuno di noi ne raccoglie nel suo intimo molte più di quel che ci diciamo) e insieme dobbiamo cercare di radicare nel paese una sinistra unitaria e plurale.

Che non può essere la somma di tanti partitini e dei suoi gruppi dirigenti, ma un soggetto politico nuovo. Per quel che attiene al progetto riparto anche qui da cose già dette : “Se non si cresce non c’è nulla da ridistribuire. La crescita prima di tutto e il Pil come totem” Questo è stato il tema della campagna elettorale del PDL ma purtroppo è diventato anche il motivo dominante di quella del Pd. La Sinistra parte da altri presupposti: è una forza politica che vede il mondo e le sue contraddizioni globali e ha il coraggio di dire al Paese cosa deve crescere e cosa invece deve decrescere. Devono crescere, ad esempio,i servizi immateriali, i trasporti di merci su ferro e per mare e i mezzi pubblici per le persone, il risparmio energetico e le energie rinnovabili, il salario e gli stipendi, la sicurezza e il ruolo sociale del lavoro, l’agricoltura non modificata, le reti idriche, l’edilizia di manutenzione e di recupero , l’impresa sociale, i diritti. Devono diminuire le rendite, le speculazioni edilizie e finanziarie, l’uso di cemento che ci vede tra i primi Paesi nel mondo, il trasporto di merci su gomma, la dipendenza dal petrolio, il numero di automobili, la chimica più inquinante, le spese per armamenti ( che negli ultimi dieci anni toccano il picco). La chiave di volta è una idea di sviluppo fondata sulla riconversione ecologica di settori importanti della nostra economia. Una diversa concezione dei consumi,dei cicli produttivi e delle merci. Lanciare allarmi sui cambiamenti climatici e sui limiti delle risorse naturali non vale nulla se si rinuncia ad indirizzare lo sviluppo verso altri fini, anche attraverso indirizzi chiari e forti dello Stato in economia. Il cambiamento del modello di sviluppo liberista è il nostro obiettivo e la riconversione ecologica dell’economia è l’insieme di riforme da mettere in campo per conseguirlo.
Spesso la Sinistra non ha saputo vedere quanta giustizia sociale passi attraverso la riconversione ecologica, e ha sbagliato. Proviamo a pensare all’acqua. Di quale giustizia sociale si può mai parlare in un mondo nel quale una parte enorme di persone non ha accesso all’acqua e da qualche settimana neppure al cibo minimo? Che l’acqua resti un bene comune, un diritto, e che la gestione delle reti resti pubblica è una scelta precisa, di sinistra, redistributiva, antiliberista. Il Pil misura in modo indifferenziato la produzione di un Paese, non ci parla degli squilibri. Il Pil non misura i diritti e non li garantisce, non riequilibra le risorse, non ci parla di democrazia, non si cura della sicurezza sul lavoro, non ci dice che stiamo consumando troppo territorio agricolo, che cementifichiamo le coste (vera risorsa per un turismo di qualità), che abbiamo il 40 per cento di acqua che si disperde . Il Pil è un indicatore nudo e crudo. Lo consideriamo, ma non è la bussola della Sinistra. A noi interessa il benessere economico netto . Il disco rotto della crescita indifferenziata gira sul piatto da molti anni. E da molti anni nulla di buono cresce. Noi lavoriamo invece per l’aumento della qualità sociale e ambientale dello sviluppo. Se queste ( e molte altre ancora) sono alcune delle nostre idee, dalle quali derivano progetti di cambiamento che migliorano la vita delle persone, un altro nodo va sciolto al nostro interno. Si tratta del fatto se la Sinistra alla quale pensiamo debba avere oppure no una cultura di governo. Che non vuole dire stare al governo. Io provengo da una forza politica, il Pci, che aveva una solida cultura di governo. Che sapeva misurarsi con tutti i problemi che i lavoratori, i cittadini, gli insegnanti, i tecnici, le città come organismi complessi presentavano. Si può stare all’opposizione con una solida cultura di governo e ottenere risultati importanti, si sta spesso al governo per anni senza ottenere alcun risultato e senza governare ( la Campania insegna). Ebbene io penso che una sinistra unitaria e plurale per diventare una forza popolare, radicata socialmente, presente sui problemi del territorio debba avere una cultura di governo su tutti i temi che si aprono davanti a noi in questo secolo così difficile. Nessuno escluso, anche quelli che ci imbarazzano di più o che vedono una nostra elaborazione assai scarsa.
Parlerei di egemonia, una parola fondante per la sinistra, ma non vorrei aprire un confronto filosofico. Da ultimo le forme, i modi, le relazioni, le nostre parole. L’unica forma per organizzare una forza politica di qualsiasi genere è la democrazia. Nessuno accetta più, a sinistra di vivere senza democrazia. Se la Pdl e il Pd hanno scelto il modello leaderistico e personale di tanti uomini soli al comando io ritengo che la Sinistra non possa farlo perché negherebbe in radice la sua natura. I modi sono quelli della trasparenza delle scelte, della partecipazione e dell’ascolto, del ritorno ad organizzazioni territoriali e a rete. Le relazioni sono quelle tra le persone nelle quali si riconosce ad ogni livello e si rispettano le differenze e la presenza e la libertà di tutti e due i sessi. Le parole nuove ce le dobbiamo inventare tutti e tutte insieme, e non sarà facile perché spesso, parlando quasi sempre tra noi abbiamo assunto un linguaggio autoreferenziale e incomprensibile a chi ci ascolta, ai giovani in particolare. Vedo in questi giorni tentativi sommari di trovare capri espiatori, di consumare rese dei conti. Inutili pratiche, vecchie come il mondo. Chiarito il percorso che vorranno fare tutti coloro che non sono disponibili a tornare dentro i recinti di prima allora democraticamente e con un forte collegamento con i territori dovremo trovare tutta la democrazia che serve per eleggere in modo trasparente chi dovrà portare più responsabilità di altri. Vendola nella sua intervista di ieri ha detto un nuovo gruppo dirigente che comprenda al suo interno anche una nuova generazione, e io concordo. Dice anche che si potrebbe pensare ad una direzione duale ( un uomo e una donna), può essere e sarebbe un fatto nuovo. Ma la condizione è che percorsi, programmi, persone vengano scelte con la democrazia e con il voto. Abbiamo fretta da una parte ma abbiamo anche un po’ di tempo. Rifondazione è alle prese con un dibattito congressuale difficile che io rispetto e che credo vada svolto. Ma pur seguendo con attenzione quella riflessione non è detto che nel frattempo si debba restare fermi. Ripartiamo dal territorio, dai gruppi unitari che si sono formati in tante realtà, dalle case della sinistra, dalle associazioni che sono disponibili, dagli eletti nei comuni, nelle province e nelle regioni. Costruendo attorno a loro partecipazione , legame con i territori e discussione politica. Riuniamoci, compagne e compagni, diciamoci tutto quello che pensiamo…e poi, finite le critiche e le invettive, rimettiamoci in cammino.



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L’autodeterminazione della laicità.

• di Ersilia Salvato •

Di fronte a quel delicato crinale tra dignità delle persone e rispetto dei propri convincimenti morali il dovere di chi più di altri è, a mio avviso, tenuto a sostenere le libere scelte di ognuna e di ognuno, mettendo a disposizione di chi soffre il proprio bagaglio professionale e al tempo stesso atti e parole solidali, è quello in ogni momento di sapere il limite oltre il quale non è possibile andare.Questo limite si chiama autodeterminazione. Autodeterminazione che abbiamo e sempre più dobbiamo imparare e praticare come criterio e regola della laicità, forma pubblica di convivenza e costruzione di relazioni umane libere e solidali.
Ciò vale per il dramma dell’aborto così come per il rispetto della volontà del morente di affermare anche attraverso il rifiuto delle cure la propria dignità e la propria volontà di non veder svilita la propria umanità.E’ del tutto legittimo che la Chiesa attraverso le sue istituzioni esprima altre valutazioni e

altri orientamenti; è necessario altresì che lo Stato riaffermi attraverso le sue leggi e i suoi comportamenti il senso profondo del suo essere laico e democratico.
Aggiungo che è davvero desolante dover ancora insistere su idee e contenuti che dovrebbero e devono essere alla base del dispiegarsi di azioni tese al riconoscimento e al rispetto dell’autodeterminazione delle persone e dei lori vissuti così spesso intrisi di fatica e sofferenza.Davvero desolante dover ancora constatare quanto grande e grave sia stata e sia l’afasia della politica e in particolare della sinistra che anche su questo terreno ha la necessità di ripensare se stessa e soprattutto di riscoprire ciò che a sinistra era e può essere una prima modalità del fare e dell’agire una buona politica:il sapersi indignare,il sapere dire ad alta voce parole di autonomia e di libertà nei confronti di tutti,anche nei confronti di alcune gerarchie ecclesiastiche.



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Le donne che non rinunciano alla propria libertà.

• di Ersilia Salvato •

Migliaia di donne in piazza a Napoli, a Roma, a Milano, a Bologna, in tante altre realtà per affermare diritti all’autodeterminazione,alla libertà,ad un esercizio di responsabilità troppo spesso intriso di sofferenza e fatica. Difendere la legge 194 e dire ad alta voce indignazione,.disincanto per una politica così distante dalla vita, solidarietà a Silvana e alle tante Silvana che abbiamo incontrato e incontriamo.Dire ad alta voce un sentimento di riconoscenza,un riconoscersi nell’azione, nei gesti, nelle parole di altre donne che, spesso da sole o quasi, testardamente hanno chiesto a se stesse, ad ognuna di noi di non mollare, di continuare a riflettere, ad agire, a vivere con dignità gesti e atti coerenti e coraggiosi:Donne come Stefania Cantatore dell’Udi e le tante compagne dell’Assemblea Permanente di Napoli.
Donne che ci rimandono come in uno specchio in cui volentieri ci riconosciamo ansie,inquietudini, domande sul senso della politica e soprattutto la forza di chi non cede all’ipocrisia,di chi non ci sta a derubricare dietro la dizione di fatti eticamente sensibili lo smarrimento o, come ormai troppo sovente da alcuni anni si è andato consolidando nella pratica politica, la perdita dei fondamenti di una cultura costituzionale dello Stato di diritto.
Quanto accaduto a Napoli non può e non deve essere racchiuso soltanto in comportamenti autoritari e offensivi, in azioni muscolari e ciniche,patriarcali e violente nei confronti delle donne,di una donna la cui sofferenza è stata deprivata di cittadinanza così come nella quotidianità vengono taciuti e deprivati di cittadinanza sentimenti, libertà,diritti,intelligenze e fatiche,impegni e passione di tante donne.Quanto è accaduto a Napoli non può e non deve essere derubricato dalla politica così come hanno detto parole e capacità di reazione di tante donne in ogni parte del paese e di ogni generazione.Quanto è accaduto a Napoli ci interpella,interpella la politica-e non è la prima volta e temo, visti gli appelli a tener fuori dalla campagna elettorale la 194, non sarà l’ultima-e pone domande ineludibili,di fondo sullo Stato costituzionale di diritto e sul senso della democrazia quale quella che conosciamo, quale quella che vorremmo come donne ,prima ancora che come donne di sinistra, profondamente modificare. La democrazia che vorremmo e vogliamo,che siamo impegnate a costruire,

a rifondare per agire la libertà di batterci ed impegnarci per uno Stato non violento e non patriarcale,che non opprime e non detta comportamenti,che non impone morali valide per tutte e tutti,che rispetta decisioni individuali e costruisce nelle norme e nei comportamenti garanzie collettive attente a non travalicare diritti e libertà delle persone,diritti e libertà delle donne.
Quanto è accaduto a Napoli,quel”0ra basta!” affermato con indignazione e al tempo stesso con tanta determinazione e consapevolezza di sé deve dirci che l’innovazione culturale,il cambiamento profondo della teoria e della pratica con cui pensiamo e sappiamo di doverci misurare a sinistra e nella sinistra per tentare di ridare e ridarci una speranza e un senso,un significato all’essere donne e uomini di sinistra parte da qui e da questo, qui e ora, si misura.
I silenzi,i goffi tentativi,l’imbroglio di espungere queste domande,questi interrogativi di fondo dalla campagna elettorale come se potessero essere espunti dalla nostra quotidianità li lasciamo ad altri.
Noi non rinunciamo alla nostra vita,alla nostra libertà, alle nostre responsabilità.



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Se è in pericolo il destino dei diritti.

Segnali inquietanti – questa volta il bersaglio è la donna - del clima aggressivo che accompagna il degrado morale della società. Dala Repubblica, 14 febbraio 2008

• di Stefano Rodotà •

Quale sarà il destino dei diritti e delle libertà civili nel nuovo tempo della politica che si è appena annunciato, e che assumerà tratti più netti dopo il voto del 13 aprile? Da Napoli è appena arrivata una inquietante risposta, tanto più grave perché dà la misura di un mutamento di clima.
Un mutamento di clima che, senza bisogno di cambiare le norme in vigore, determina una vera e propria aggressione nei confronti di chi altro non ha fatto che valersi dei diritti che le riconosce la legge sull’interruzione della gravidanza.
Il racconto della donna è davvero un caso di scuola di violazione della dignità della persona, dunque di uno dei principi fondativi della convivenza, come si legge nella nostra Costituzione e nell’articolo 1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea: «La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata». Non basta dire, infatti, che s’era ricevuta una segnalazione anonima e che era necessario effettuare accertamenti. Proprio il carattere anonimo delle segnalazioni esige sempre prudenza nella loro utilizzazione, altrimenti la libertà e la dignità di ciascuno di noi vengono consegnate nelle mani di qualsiasi mascalzone. Vi erano molti modi per accertare se davvero si stava violando la legge, senza bisogno di piombare addosso alla donna e di farle domande assolutamente illegittime, come quella riguardante il padre. Ma ci si comporta così quando si ritiene di essere assistiti da un consenso sociale, quando si pensa che l’aria sia cambiata e che nell’agenda politica ed istituzionale a diritti e libertà spetta ormai un posto marginale. La vicenda napoletana ci ha purtroppo dato la tragica conferma di una regressione civile già in atto. Sarebbero urgenti, a questo punto, una reazione politica ed una istituzionale.
Chiunque abbia il senso delle istituzioni, merce purtroppo sempre più rara, dovrebbe esigere, nell’interesse di tutti, un chiarimento del modo in cui magistratura e polizia si sono comportate a Napoli, e l’individuazione delle specifiche responsabilità, come hanno chiesto le componenti del Csm. Siamo di fronte ad una violenza di Stato, che esige un immediato e pubblico ristabilimento della legalità. Solo così sarà possibile cancellare, almeno in parte, l’effetto intimidatorio che quella irruzione può avere nei confronti di tutte le donne che intendono far ricorso alla legge 194. Per quanto riguarda la reazione politica, sono ovviamente benvenute le proteste, le condanne. Ma non bastano. Non siamo di fronte ad un caso isolato ed isolabile, ma appunto alla rivelazione di un clima. E questo clima può essere cambiato solo se, con adeguata forza, si rifiuta l’agenda politica che l’ha determinato e a questa se ne oppone una più civile, rispettosa delle persone e della loro umanità, che rimetta al primo posto il riconoscimento e il rispetto dei diritti.
Dal centrodestra sono venuti segnali insistiti e chiarissimi. La radicale messa in discussione dell’aborto è netta, ha ormai una forte evidenza nella campagna elettorale, ben poco offuscata dalle variazioni tattiche di Berlusconi rispetto alla lista di Giuliano Ferrara, visto che lo stesso Berlusconi ha rilanciato proprio la parola d’ordine di Ferrara di proporre all’Onu ben più di una moratoria sull’aborto - il pieno riconoscimento del diritto alla vita del concepito. A queste proposte si aggiungono la posizione ostile ad ogni aggiustamento della legge sulla procreazione assistita, anche a quelli che una provvida giurisprudenza ha rigorosamente introdotto, mettendo in evidenza gli eccessi di potere del governo Berlusconi; la dura linea sulle questioni della sicurezza; la "questione privacy" proposta sostanzialmente come mezzo per limitare il ricorso alle intercettazioni anche in materie dove appaiono necessarie e per incidere sulla libertà d’informazione; e l’ipotesi di procedere ad una revisione anche della prima parte della Costituzione, quella appunto delle libertà e dei diritti.
Se questo è il catalogo, ormai evidentissimo, del centrodestra, quali segnali sono venuti dal Partito democratico e dalla Sinistra arcobaleno? Flebili, comunque privi finora della evidenza necessaria per presentarsi come un programma forte e coeso, capace di imporsi all’attenzione dell’opinione pubblica e modificare così l’agenda politica. Per il Partito democratico questo è anche il frutto di una difficoltà interna, testimoniata dalla pubblica adesione della senatrice Binetti alla proposta berlusconiana sull’aborto. Per la Sinistra arcobaleno è probabilmente l’effetto determinato dal ritardo di una effettiva elaborazione comune.
La passata legislatura lascia un’eredità pesante. Testamento biologico, unioni di fatto, disciplina delle intercettazioni sono lì a ricordarci una impotenza dell’Unione, la difficoltà estrema nel gestire politicamente situazioni complesse.

Soprattutto per i primi due casi, si constatò in modo sbrigativo che non v’era la necessaria maggioranza parlamentare, e questo favorì all’interno dell’Unione le operazioni di chi volle chiudere nel cassetto testi significativi. Non si tenne conto che si trattava di materie che riguardano la vita di tutti, le decisioni sul morire e l’organizzazione delle relazioni affettive (e il nascere, legato alle nuove linee guida sulla procreazione assistita), sì che sarebbe stato necessario avere non solo un più netto atteggiamento davanti all’opinione pubblica, ma anche più coraggio parlamentare, portando in assemblea i disegni di legge, obbligando i senatori ad assumere esplicitamente le loro responsabilità e consentendo così ai cittadini di valutare meriti e colpe all’interno di entrambi gli schieramenti. In altre materie, quelle legate alla sicurezza pubblica in particolare, vi è stata una eccessiva propensione a soluzioni sbrigative, con una riduzione di problemi complessi a questioni di puro ordine pubblico, rendendo indistinguibile la posizione del governo da quella dell’opposizione. Di queste debolezze si è avuta una conferma ulteriore nelle materie sbrigativamente indicate con il termine privacy, che sono poi quelle che riassumono molti dei diritti legati al diffondersi delle nuove tecnologie. Un solo esempio. Con il decreto "milleproroghe" si è portato ad otto anni e mezzo il tempo di conservazione dei dati sul traffico telefonico, un non invidiabile record mondiale.
Che cosa potrà accadere nel prossimo Parlamento? La previsione più facile induce a concludere che, se prevarrà il centrodestra, la linea sarà quella della riduzione dell’autonomia delle persone nel decidere della loro vita (ricorso alla procreazione assistita, aborto, rifiuto di cure, decisioni di fine vita, unioni di fatto), dell’indebolimento delle garanzie in nome della sicurezza, della limitazione del controllo di legalità da parte dei giudici, che è una componente essenziale della tutela dei diritti. Ma questo non significherà necessariamente abbandono di una nuova normativa sul testamento biologico o sulla procreazione assistita. Regole su queste materie potrebbero servire per una finalità esattamente opposta a quella per la quale erano state finora pensate: chiudere ogni varco alla possibilità di giungere comunque al riconoscimento di diritti delle persone sulla base delle norme della Costituzione, come hanno fatto con grande rigore alcuni giudici.
La necessità di un diverso e chiaro programma in materia dei diritti è evidente. Questo programma, in primo luogo, deve essere dichiaratamente "conservatore", nel senso che deve consistere in una intransigente difesa dei principi costituzionali e in un loro coerente sviluppo nelle direzioni segnate dall’innovazione scientifica e tecnologica. È vero che queste innovazioni ci obbligano a confrontarci in modo assolutamente inedito con i temi della vita, dell’umano. Ma questa riflessione, e le conseguenze pratiche che se ne traggono, devono trovare la loro collocazione nel quadro di valori democraticamente definito, appunto quello costituzionale. Questo non esclude il confronto, la discussione, la prospettazione di punti di vista anche radicalmente diversi. Esclude, invece, la pretesa di imporre un altro quadro di principi, imposto autoritativamente, ritenuto "non negoziabile" perché espressione di verità non discutibili.
Giungiamo così al vero nodo politico e culturale, alla revisione costituzionale di fatto che si vuole realizzare avendo le prescrizioni delle gerarchie ecclesiastiche come unica tavola dei valori. Questo è uno dei punti condivisi di cui si vanta il Popolo delle libertà. Questa è la vera radice del rischio che corrono libertà e diritti, che non ha nulla a che vedere con l’anticlericalismo o con il "laicismo", ma ha molto a che fare con la democrazia. Un rischio che si aggrava ogni giorno, visto che l’interventismo delle gerarchie vaticane si traduce sempre più spesso in una precettistica minuta. Quale società si sta delineando?
Le debolezze politiche e culturali del passato centrosinistra sono nate anche su questo terreno, e si è rivelata sbagliata la linea di chi ha ritenuto che un atteggiamento morbido avrebbe consentito un progressivo superamento delle difficoltà. Il "politicismo" del rapporto esclusivo con le gerarchie vaticane non ha pagato e, anzi, ha aperto varchi sempre più ampi al loro intervento, mentre veniva trascurato e mortificato il rapporto con il mondo cattolico più aperto. Chiedere maggiore consapevolezza di questa situazione non significa incitare allo scontro. Significa mettere in chiaro, nella fase democraticamente essenziale della campagna elettorale, i propositi e le prospettive di azione di ciascuno. Anche su questo si costruirà il consenso delle forze politiche di centrosinistra e di sinistra.



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La sinistra contro il suo destino.
Un’analisi acuta sul rapporto tra questa società e la politica: quella che c’è e la rispecchia, e quella che potrebbe essere.

• di Mario Tronti •

Ragioniamo su questo passaggio di crisi politica.
Cerchiamo di individuarne le cause nascoste. Spesso accade che si prendano per cause quelle che sono conseguenze e viceversa. Di qui, l'attuale confusione strategica, la vera madre di tutte le sconfitte tattiche. Sgombriamo il campo dalla tentazione di dire che siamo a un passaggio decisivo, che si tratta della crisi finale di qualcosa che c'è stato fin qui. Non è vero. Non c' è nessuno stato d'eccezione. C'è una normalità che stancamente si ripete, senza che uno scarto, un'eccedenza, un esodo, un che di incomprensibile, irrompa sulla scena pubblica domandando di essere appreso col pensiero.
E', se possibile, sobriamente che dobbiamo ragionare. Ad esempio: questo terrore di un cambio di governo, francamente non riesce, con tutta la buona volontà, ad innescare qualcosa di oscuramente perturbante. Per lo stesso motivo per cui l'altra, appena trascorsa, esperienza di governo non ha suscitato qualcosa di particolarmente affascinante. Piuttosto dovremmo imparare a utilizzare i passaggi dentro una prospettiva, a strumentalizzare il momento per pensare l'altro da questo.
Insomma, per venire a parlare di cose comprensibili: è proprio vero che il nostro bipolarismo politico non funziona per via delle cattive leggi elettorali? Questa leggenda, che ci assilla da inizio anni '90, non sarebbe ora di mandarla in soffitta, insieme ai manichini dei referendari? Il bipolarismo non funziona, perché non ci sono i poli. Sono finti, sono virtuali, second life , nulla di socialmente reale, la prima vita delle persone sta fuori. Le coalizioni non sono troppo piene di sigle, sono troppo vuote di soggetti.
Appunto, la causa non è la frammentazione politica, questa è la conseguenza di una frammentazione sociale. Le coalizioni la descrivono, la rappresentano passivamente, la subiscono territorialmente, senza la capacità di leggerla, interpretarla, ordinarla politicamente. Perché le coalizioni non sono «forze politiche», come erano un tempo i partiti. Sono aggregazioni di interessi particolari, prima ancora che di ceti politici, di ceti sociali. Questa è una società cetuale. Con la scomparsa delle grandi classi, si è passati a una società di piccole caste, di corpi miniaturizzati, di famiglie-azienda in crisi. E' la «mucillagine sociale», di cui ci ha parlato l'ultimo rapporto Censis, il «sociale selvaggio» di cui parla un certo pensiero femminista, o la «coriandolizzazione» sociale che ha ripreso monsignor Bagnasco.
E' un'altra leggenda quella della politica scollata e lontana dalla società. In verità, è troppo intrisa in essa e troppo da essa condizionata. Le somiglia troppo. La cosiddetta casta politica è anch'essa un prodotto di questo corporate capitalism in sedicesima. Corpi e strati sono diffusi, favori e privilegi sono richiesti, questa virtuosa società di individui è in realtà un aggregato frantumato e informe di corrosi particolarismi. La società va messa in forma, e in forma politica. E in una storia come la nostra di Stato debole, sono necessarie organizzazioni politiche forti. L'aveva capito quel ceto politico di eccellenza, che aveva scritto la Costituzione repubblicana. Non l'ha più capito questo ceto politico di risulta della cosiddetta seconda repubblica, che si è lasciato processare sulle piazze, dopo aver dilapidato un'eredità, quella eredità, senza investire nulla in qualcosa d'altro. La crisi attuale è grave perché va oltre la messa in questione del primato della politica, passa ad attaccare con successo l'autonomia della politica. Il combinato disposto di economia, finanza, tecnica e comunicazione si è saldato, qui da noi, con un devastante senso comune di massa antipolitico.
Badate. Questa è la conseguenza vera di quel cambio di egemonia culturale da sinistra a destra, che si è realizzato dalla seconda metà degli anni '80. La crisi italiana della politica nasce lì. Perché, qui da noi, in un paese politicizzato al massimo, se non è presente sulla scena pubblica un'istanza di grande trasformazione, portata e praticata da una forza organizzata, la politica entra in crisi. E produce questo presente riduzionismo tecnicistico: la funzione dell'intellettuale ridotta a servizio di staff, l'attività politica ridotta a rito elettorale, la democrazia ridotta a conta quantitativa, per di più truccata da leggi-truffa. E non da ultimo, anzi per primo, l'azione di governo ridotta ad amministrazione di impresa. Se non mettiamo a tema che la crisi della politica, prima ancora che di carattere morale, è di carattere culturale, non riusciremo a riafferrare il bandolo della matassa.
La crisi grave chiede risposte serie. La soluzione non va cercata in una falsa coesione nazionale, ma in un buon conflitto sociale. Le alternative politiche devono ristrutturarsi su punti di vista alternativi circa il modello sociale che propongono. La competizione è su quale tra i punti di vista, parziali non particolari, sia in grado di dare rappresentazione di un interesse generale. Le proposte hanno oggi bisogno di essere prima di tutto chiare. Bene ha fatto il Partito democratico a decidere di andare da solo. Per una ragione di fondo: perché ha bisogno, qui e ora, di misurare la sua forza nel paese reale. Solo sulla base di questa verifica potrà progettare il senso, storico non solo politico, di una sua missione, se sarà in grado di darsene una. Credo che abbia il diritto della prova.

E dobbiamo darglielo. Sia benvenuta la morte dell'insipido Ulivo parisiano e la fine della confusissima Unione prodiana. L'importante è che non si cambi solo schema elettorale, ma che si metta in campo una sfida strategica. La destra segue, un po' oggi, un altro po' domani. E che segua, è già un passo su quel cammino per un nuovo cambio di egemonia, che rimane l'obiettivo di fondo: forse più importante del risultato dell'immediato confronto elettorale. Tenere l'iniziativa conta di più che vincere di misura. E comunque: ristrutturare il campo delle forze politiche è l'unico varco che permette a questo punto di uscire, in avanti, da questa vera e propria crisi repubblicana. Chi saprà farlo prima, avrà un vantaggio più duraturo.
Questo vale, forse tanto più, per quello che si muove a sinistra del Pd. Salta il vetusto, e oscuro, schema delle due sinistre. Si profila un partito di centro-sinistra e un partito di sinistra. Non è una semplificazione, è una razionalizzazione più che mai opportuna. Non serve a nulla, e non fa capire nulla, dire polemicamente: quello è il centro, noi siamo la sinistra. Anche qui devono emergere le differenze vere. In quasi tutti i sistemi di occidente, una vocazione maggioritaria si declina ormai o come centro-destra o come centro-sinistra. Questa è la condizione - formale - che costringe la sinistra a ripensare se stessa. Deve differenziarsi da un centro che guarda a sinistra e da una sinistra che guarda al centro. Non è la stessa cosa che differenziarsi da una socialdemocrazia. E' una condizione nuova. Lo spazio è più stretto. Ed è più stretto perché la condizione - materiale - spinge la sinistra ad arroccarsi, ad autoemarginarsi, a considerarsi residuale e testimoniale. Mentre costruisce il suo nuovo esperimento, la sinistra deve combattere contro questo «destino». Il lavoro, che non è più universo ma pluriverso: è questa la difficoltà vera, dura, della sinistra politica, oggi.
Sul punto, è necessario un grosso approfondimento, di analisi e di pensiero. Il lavoro è in frantumi, non più solo per la postazione del lavoratore singolo nel processo produttivo, ma per lo stato della condizione lavorativa nel rapporto sociale. Un lavoro socialmente frantumato non è politicamente visibile. Bisogna farlo vedere. Questa è la visione di cui si deve far carico la nuova sinistra. Portare alla luce questo nascondimento della condizione umana del lavoratore. Esattamente quello che il partito di centro-sinistra non può fare. Non è che non vuole farlo, non può.
Per questo è partito democratico e non socialdemocratico. Con una sinistra che si rapporta al centro, vuole rappresentare, con molte ragioni di realtà, quell'opinione di sinistra, con consistenza di massa, che non ha più come riferimento il valore politico del lavoro. Questo ruolo gli va lasciato. Però, allora, il partito della sinistra ha come compito primario quello di riportare il valore del lavoro al centro dell'agenda politica. Per farlo, ha bisogno di riportarlo per prima cosa al centro del suo progetto politico. Questa non è una pratica escludente di tutti gli altri temi, e non è nemmeno includente. Si tratta di offrire un fuoco intorno a cui aggregare per articolare. Basta sapere a chi si parla, scegliere il proprio campo di ascolto, costruire soggettività sociali certe e con esse e per esse elaborare cultura politica alterativa.
Sinistra unita, sì, ma in che senso plurale? Bisogna intendersi. La ricchezza di esperienze, movimenti, associazioni ha da trovare punti e spazi, magari inediti, di organizzazione, stabile, in lotta contro il tempo. La rete deve rendere visibile una trama. Anche qui, il pluriverso sociale va unificato politicamente. Non serve il circo Barnum. Bisogna offrire, sulle questioni decisive, un punto di vista e una forza in grado di portarlo.
Io non so se la prossima sarà una legislatura costituente. Mi pare di capire che la prossima sarà una campagna elettorale costituente. Si presentano forze politiche nuove in corso d'opera. E' positivo che si presentino nella forma partito: un passo importante per cominciare a reagire alla, ripeto, devastante ondata antipolitica. Il confronto e il risultato saranno una sorta di monitoraggio per ognuno dei soggetti in campo. Dopo, ognuno saprà meglio come procedere. Nel processo generale, il partito della sinistra deve dare il suo contributo in positivo, con lezioni di costume, creatività organizzativa, profondità culturale, autorevolezza propositiva. Le nuove armi della critica sono di questo tipo. Alzare il tiro a volte è l'unico modo per cogliete il bersaglio.
Il manifesto,
10 febbraio 2008



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La sinistra alla prova delle elezioni.

• di Andrea Pubusa •

La scelta del Pd di andare da solo alle elezioni chiede non minore ma maggiore volontà e passione. Nella campagna elettorale bisognerà cercare di mettere tanto più impegno quanto più grave è il rischio non solo per la sinistra e per forze democrati che minori – che si vogliono emarginare – ma per il Paese. Sono in discussione e in pericolo i principi fondamentali con una “legislatura costituente” annunciata da una destra in maggioranza estranea o ostile alla Costituzione stessa.
Sotto attacco è stato ed è quel minimo di equità sociale e di autonomia nazionale che il centrosinistra aveva programmato e sia pur stentatamente iniziato ad attivare. La sinistra, sebbene con difficoltà e sofferenza, ha tenuto sino in fondo e nessuna delle sue rivendicazioni si è scostata dal programma pattuito. Veniamo accusati di avere protestato e di essere scesi in piazza. Semmai bisognerebbe ringraziarci per aver cercato di tenere viva l’attenzione sulla condizione operaia, sul precariato, sull’estendersi della povertà, sul dramma della guerra; e criticarla, piuttosto, per non averlo fatto abbastanza o con sufficiente capacità di analisi e di proposta. In troppi, al centro, hanno aspettato la strage di Torino per ricordarsi, quando se ne sono ricordati, che lo sfruttamento non è una escogitazione ideologica. E non c’era bisogno di attendere gli ultimi dati della Banca d’Italia per sapere che i salari sono fermi e profitti e rendite galoppano da gran tempo.
L’attacco alla sinistra nasce dal rifiuto della maggior parte degli strati sociali più favoriti e dei gruppi dominanti di accettare il compromesso relativamente equo tra capitale e lavoro accennato dal programma originario dell’Unione. Non si tratta solo delle resistenze, vittoriose, contro la tassazione a livello europeo delle rendite finanziarie o delle lotte corporative di gruppi privilegiati ma di una mentalità di vecchia origine ripresa e rinvigorita dalla nuova destra: il fisco come sopruso, il falso in bilancio come colpa lieve, il controllo di legalità come intralcio e angheria. La vittoria planetaria del capitalismo si è accompagnata al ritorno di antiche idee neppure troppo rivisitate: il lavoro come pura merce, il salario come unica variabile dipendente, la sacralità di profitto e rendita, il sindacato come pezzo della impresa ma non come soggetto autonomo.
Dietro la crisi c’è anche il bisogno di mitigare un fastidio non sempre diplomatizzato, della amministrazione degli Stati Uniti per alcune scelte del governo Prodi (il ritiro dall’Iraq, il rifiuto, almeno formale, di mutare il carattere attuale della missione militare in Afghanistan) oltre che per l’ascolto dato dai settori più aperti del governo ai movimenti popolari come quello avverso all’estensione della base militare di Vicenza.

Non si può negare però che all’origine dello slittamento del senso comune verso il centro e verso la destra vi è un’incapacità della sinistra di rispondere alle aspettative dei ceti popolari e alle necessità dell’opinione pubblica democratica. Non solo perché è divisa, ma perché una parte delle sue parole sono ormai incomprensibili e altre suonano contraddittorie con i comportamenti concreti. Una sinistra degna del suo nome deve porsi sempre dal punto di vista di chi vuol risolvere i problemi concreti in modo corrispondente ai valori per i quali dichiara di scendere in campo. Questo vuol dire una “cultura di governo”: ma meglio sarebbe dire una cultura della realtà. Non ha senso una sinistra incapace di rinnovarsi e di superare ingombranti e impresentabili gerontocrazie insieme a falsi giovanilismi che cercano nella politica un impiego che non sanno e non vogliono trovare nella società civile. E ne ha ancora meno una che si proclami alternativa e abbia comportamenti non dissimili da quelli di tutti gli altri gruppi politici. Sarebbe un errore e una colpa, per piccole logiche di gruppo, evitare di accelerare i tempi per una sinistra nuova – unitaria, plurale – capace di pensiero alternativo e di attitudine al governo che si presenti con una voce sola, rinnovata, accattivante e accogliente. Ne ha bisogno, insieme alle molte e ai molti che lo aspettano, la democrazia e il Paese.
Su questi temi, che – come giustamente segnala in questo sito Paolo Maninchedda - interessano anche altre forze democratiche, e in Sardegna anzitutto il PSd’AZ, discuteremo martedì 19 a Cagliari. Partecipazione Aldo Tortorella, Presidente dell’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra – ARS, cui s’ispirano le note precedenti. Sono invitati tutti i cittadini di buona volontà, i movimenti e le forze della sinistra sarda, nella quale – seppure con la sua irripetibile peculiarità e autonomia – colloco il Movimento sardista.
8 Febbraio, 2008.



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C'erano due sinistre, forse non ce ne sarà nessuna.

• di Paolo Franchi•

We can , possiamo farcela, dice Walter Veltroni nel giorno dello scioglimento delle Camere. E niente "accordi tecnici"per il Senato con la sinistra (ma Fausto Bertìnotti è soddisfatto della separazione consensuale), niente minicoalizioni con i socialisti, ai quali viene proposto, prendere o lasciare, di togliere il disturbo accontentandosi di qualche strapuntino. Il Partito democratico di Walter Obama corre da solo. Se farà un'eccezione alla regola dura ma inebriante della solitudine, la farà solo per Tonino Di Pietro e la sua Italia dei valori. Le cronache danno pressoché per scontata l'intesa, ma per ragionarci su (e i nostri non sarebbero davvero giudizi entusiastici) ci prendiamo qualche ora, e aspettiamo che prenda effettivamente corpo: materia per discutere ce n'è già molta.
La solitudine, o la quasi solitudine, del Partito democratico sta lì a certificare, anche se pochi hanno l'onestà di dirlo apertamente, che, con l'Unione, è stato archiviato anche il centrosinistra. Può darsi che domani o dopodomani risorga, anche se in forme assai diverse. Per ora, e per tutta la campagna elettorale, il concetto stesso di centrosinistra è
defunto. Doveva essere l'architrave, il timone, il motore riformista della coalizione, il Pd, o almeno in questi termini era stato rappresentato. Adesso (ha perfettamente ragione il nostro democentrico preferito, Marco Pollini) si pone l'obiettivo, forse ancora più ambizioso, ma di certo assai diverso, di «cominciare a far rinascere una nuova, grande, vera forza di centro». Auguri, e auguri sinceri, ci mancherebbe, perché l'impresa, se non è un imbroglio mediatico, è titanica: discutibile, certo, ma per nulla banale. L'unica «grande, vera forza di centro» che abbiamo conosciuto, la De dell'età dell'oro, era un partito moderato, sì, ma a suo modo riformatore, al quale l'Italia, anche se non può ostentarne apertamente la nostalgia, sa di dovere moltissimo. Non sarà facile rinverdirne le glorie, seppure in forme inedite, nel terzo millennio, per Veltroni e per i postcomunisti e i postdemocristìani che, piaccia o no, sono l'ossatura del suo nuovo partito.

In ogni caso. Va bene la separazione consensuale. Ma, se il più grande partito del centrosinistra che fu vira così decisamente al centro, si apre, è ovvio, una questione drammatica per la sinistra. Una
questione, intendiamo dire, di vita o di morte. Sino a qualche tempo fa (ricordate?) ce n'erano addirittura due, l'una riformista, o che si dichiarava tale, l'altra che veniva definita radicale, massimalista, antagonista, fate voi: e ci si chiedeva, legittimamente, quale delle due avrebbe alla fine prevalso e, nel frattempo, se fosse possibile o no una loro convivenza. Adesso è fondato chiedersi se, dopo il 13 aprile, l'Italia diventerà l'unico Paese di qualche rilievo nell'Europa continentale in cui non c'è posto non solo per un grande partito socialista, ma neppure per una sinistra di qualche peso, non residuale, non settaria, plurale, capace, nella vittoria come nella sconfitta, di coltivare una prospettiva d'avvenire.
E con questa realtà, più che con i problemi di sopravvivenza di questo o quel pezzo del suo ceto politico, che la sinistra (le sinistre?) dovrebbe misurarsi. Servirebbe un colpo d'ala, quel colpo d'ala che è clamorosamente mancato nell'ultimo anno. La speranza è l'ultima a morire. Ma certo le meste cronache della Costituente socialista e della Cosa rossa non sono propriamente quel che si dice una sferzata di ottimismo e di energia



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Un movimento per una sinistra di trasformazione e cambiamento.

• di Rocco Giacomino*•

Si va al voto in uno scenario molto difficile e complicato. Con una crisi politica provocata, da settori moderati, alla vigilia di una possibile redistribuzione di reddito verso i ceti popolari ed il lavoro dipendente. Con una preannunciata e prevedibile vittoria delle destre, stante l’ostinata indisponibilità del Pd a contrarre alleanze con la sinistra.
Con una sinistra in forte ritardo nella costruzione del nuovo soggetto politico unitario e plurale che, se dovesse presentarsi con i quattro simbolini, apparirebbe un mero cartello elettorale scarsamente attraente e privo di progettualità per l’avvenire.
Con un legge elettorale che nega qualsiasi modalità di validazione e partecipazione per gli stessi aderenti ai partiti ed agli elettori nella scelta delle candidature e nella formazione della rappresentanza politica. Ma a questa situazione occorre pur reagire tentando di raddrizzare il corso degli eventi, per quel che è possibile. In tal senso, l’iniziativa promossa per il 10 febbraio, anche da RossoVerde-SE

insieme a tante reti ed associazioni, tesa a dar vita ad un Movimento Politico per La Sinistra- L’arcobaleno, mi pare una buona occasione che può attivare energie e partecipazione per una difficile campagna elettorale.
Tuttavia la costituzione di questo movimento deve saper guardare anche oltre le elezioni, ossia alla necessità storica, per l’oggi ed il domani, di una nuova forza della sinistra, larga e plurale, in grado di contrastare i rischi di marginalizzazione e residualità.
Dunque una campagna elettorale “costituente” per una sinistra nuova che sappia ridefinirsi ricostruendo un legame forte con la propria gente e sappia proporre nitidamente un’idea di società che non rinuncia alla trasformazione ed al cambiamento dello stato di cose presenti.
* Portavoce RossoVerde-SE.



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Il futuro della sinistra è qui ed ora, nelle nostre mani.

• di Ersilia Salvato •

Difficile dire e dirsi le aspettative che ognuno di noi , in un momento così difficile per la sinistra e più ancora per questo nostro paese, pone nei prossimi incontri, a partire dal 10 febbraio,dall’assemblea che abbiamo voluto come Rete delle Associazioni e che mi auguro molto partecipata.Assemblea per lanciare una sorta di tesseramento a quel soggetto della sinistra unitario e plurale di cui avvertiamo l’urgenza e la necessità.Difficile dirsi quanta passione e impegno siamo disposti a mettere in campo per un soggetto,un partito, che non c’è, di cui stiamo discutendo e vorremmo discutere,elaborando culture e pratiche politiche innovative, mentre leggiamo di vertici dei gruppi dirigenti dei quattro partiti,.di dispute intorno a simboli e simbolini,di leader pronti a guidar per il periodo della campagna elettorale processi che non sono partiti e stentano a partire.
Difficile soprattutto dirsi quanto grande sia il disincanto e la delusione in tanti e tante a sinistra e nella sinistra;difficile dar conto e darsi conto delle parole che non riusciamo a scambiare,a dire a ragazzi e ragazze; difficile, quanto mai prima d’ora, dare e darsi speranza.Sembra che lo slogan,la parola d’ordine della prossima campagna elettorale di Veltroni sia “We can”,campagna elettorale che il PD si appresta a far da solo, rispolverando, con consensi autorevoli anche a sinistra, teorie deleterie su divisioni di campo tra sinistre riformiste e sinistre radicali.Lo slogan,la parola d’ordine della Sinistra Arcobaleno spero non sia ,lo dico provocatoriamente,”Viva l’opposizione”.

Spero che tutti insieme e ognuno di noi possiamo reinventare,ridare senso e sostanza a parole,idee,valori fondamentali e fondanti dell’essere donne e uomini di sinistra.Spero soprattutto che tutti insieme e ognuno di noi vogliamo reinventare pratiche di rappresentanza e costruzione di relazioni politicamente significative tali da aiutarci a costruire percorsi di speranza,di solidarietà,di libertà.Costruire un processo costituente, vivere un processo costituente, a partire dai prossimi giorni,dalla campagna elettorale.
Spero che la consapevolezza della fatica che ci attende non sia d’intralcio,non ci faccia affrontare questo percorso come un cartello elettorale che si mette insieme preoccupato solo del consenso elettorale.
Abbiamo invero da affrontare grandi e troppo trascurati problemi,dalla questione salariale all’ambiente; dalla questione morale ai diritti di libertà;dai temi della pace a una quotidianità da poter vivere con dignità. Abbiamo da fare ognuna e ognuno la propria parte.Il futuro della sinistra si costruisce ora,nei prossimi giorni e nelle prossime settimane.



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Il vecchio che avanza.


• di Barbara Spinelli •

Basterebbe fare una semplice operazione aritmetica - due più due uguale quattro, ad esempio - per fugare parecchi equivoci sulla caduta di Prodi e vedere l’Italia così come s’accampa davanti a chi sa vedere: nello stesso momento in cui il governo di centro sinistra è sfiduciato in una delle due Camere, l’opposizione che si prepara a tornare al potere fa quadrato attorno a personaggi del ceto politico o dell’amministrazione condannati dalla giustizia: attorno al governatore della Sicilia Cuffaro, condannato a 5 anni per favoreggiamento a mafiosi e interdetto in perpetuo dai pubblici uffici; attorno a Contrada, condannato definitivamente a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa; attorno a chiunque chieda che il politico o l’alto funzionario dello Stato non sia, come ogni cittadino, imputabile quando infrange la legge. Cuffaro ieri si è dimesso ma Casini insiste ad accusare gli «sciacalli» che avrebbero screditato un’onesta persona.
Questa è l’evidenza matematica che abbiamo di fronte: nell’Italia che sta richiamando Berlusconi ai comandi non ci si fida di Prodi ma ci si fida di Cuffaro, di Contrada, di Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa e in secondo grado per estorsione aggravata. Non ci si fida di Prodi, ma si fa capire a Mastella che la magistratura, caso mai dovesse giungere a un giudizio negativo sul suo operato in Campania, non avrà l’autonomia per farlo. Quando si parla di tramonto del prodismo e di una scommessa invecchiata e morta conviene tenere a mente questa realtà, limpida e ben visibile. Quel che viene offerto oggi agli italiani non è un nuovo che caccerà il vecchio, non è la fine dello spadroneggiare dei partiti sulla cosa pubblica, come chiesto da tanti cittadini. I partiti tornano a essere decisivi, e sono loro a far quadrato attorno alla presunzione d’impunità che sostituendo la presunzione d’innocenza diverrà il marchio del rinnovamento promesso. Di questa restaurazione Berlusconi è principe, e tutto quel che ha detto nell’ultimo decennio sul teatrino della politica si copre di polvere e frana. Il teatrino è imperante, e quel che vediamo non è quel che appare. Prodi non è riuscito a imporre il nuovo, ma nuovo resta pur sempre quel che ha proposto e tentato. L’aura di novità abbandona Berlusconi e quel che propone è in realtà il vecchio.
Anzi è vecchissimo. Poco prima del voto al Senato, il capo dell’opposizione fece capire che se Prodi avesse ottenuto la fiducia in ambedue le Camere, lui si sarebbe appellato alle Piazze. Bossi ha rincarato la dose assicurando che quelle piazze avrebbero «trovato facilmente le armi», per una rivoluzione. Hanno detto queste cose nell’indifferenza generale: della destra, dei leader di sinistra, di stampa e televisione, delle Istituzioni della Repubblica. Anche questo non è davvero nuovo. Nella storia recente d’Europa c’è memoria viva di tempi simili, quando si pensava che le parole non pesassero e invece pesarono: la Repubblica di Weimar aveva queste caratteristiche, questa violenza linguistica, questi demagoghi. Due più due non ha fatto cinque nella storia passata e non farà cinque neppure in quella che si sta tessendo, opaca ma consequenziale, sotto il nostro sguardo.
La storia presente non è tuttavia fatale, così come non lo è il futuro. A differenza del passato, il futuro che fabbrichiamo oggi è aperto a soluzioni molteplici, è libero. Ed essendo libero consente domande che sono decisive e che dunque vale la pena porsi: sono veramente nuove le politiche proposte da chi affossando Prodi assicura una sorta di palingenesi o comunque un’alternativa migliore? C’è una sinistra, c’è una destra che hanno fatto i conti con l’esperienza di centro sinistra e che avendo fatto tali conti sanno discernere una categoria politica dall’altra, e distinguere quindi tra il ritorno al potere cui anelano e il piano di governo su cui pervicacemente tacciono?
Dicono che il nuovo consiste in modifiche profonde della Costituzione, che diano più poteri all’esecutivo e diminuiscano quello dei partiti. Dicono non senza ragione che il Presidente del consiglio è fallito perché i particolarismi potenti nella maggioranza hanno corroso la sua autorevolezza, il suo governare, il suo desiderio di risanare non solo l’economia ma l’etica pubblica. Ma le forze vincenti sono ben più vecchie dei vecchi impedimenti che hanno reso così difficile il compito di Prodi e che ce l’hanno mostrato negli ultimi venti mesi così solo, come Franca Rame ha scritto con cristallina sconsolatezza sulla Stampa del 25 gennaio: «Prodi, in quel suo governo, di fatto, si è trovato come un condannato agli arresti domiciliari con manco un cane che gli portasse le arance... non l’avete mai considerato? Andavano da lui solo a imporgli, a chiedere e a ricattare. Bella gente!». Questa bella gente gli ha impedito di fare quel che si era ripromesso: una legge sul conflitto d’interessi, una legge che sottraesse le televisioni al dominio dei politici. Questa bella gente ha chiuso e chiude gli occhi davanti alla triplice violazione della Costituzione di cui Berlusconi si è reso colpevole: delegittimazione non solo dell’iniziale voto alle legislative ma anche del voto delle Camere (il ricorso alle piazze in caso di fiducia del Senato vuol dire questo); controllo dei mezzi televisivi da parte di un candidato alla guida del Paese; corruzione dei senatori come appare dalle intercettazioni dei colloqui tra Berlusconi e Saccà, manager della Rai.
I partiti che hanno partecipato all’esperienza Prodi escono particolarmente malconci, perché più d’ogni altro si prestano all’equivoco, scambiando il vecchio per il nuovo. Cosa resta infatti del centro sinistra? Resta lui, Prodi, che si è battuto usando la forza durissima della sua testa («Sembra un ferro da stiro o il muso di un’escavatrice», scrisse Eugenio Scalfari) e che contro praticamente tutti ha deciso di contare i fedeli in Parlamento e dunque di far politica pubblica in pubblico, non nelle segrete dei partiti. Resta un’estrema sinistra, che ha fatto il tentativo di governare contro se stessa, contro il proprio istinto, che ha ripetutamente teso la corda ma sarà influenzata da un esperimento di gestione responsabile che non è stata lei a rompere.
Ma soprattutto resta il Partito democratico, che il nuovo pretende di costruirlo seppellendo l’Unione come fosse un logoro vestito di cui spogliarsi. Per la verità non si sa che partito sia, che programmi di governo abbia, che militanza vanti, che alleati cerchi. Anche in questo caso, è il potere ciò cui sembra aspirare e non il governare, e l’equivoco è esistito in fondo sin dalle primarie del 14 ottobre, che suscitarono l’adesione di più di tre milioni di cittadini ma a questi cittadini non chiarì, per l’occasione, né quale fosse il programma né quale fosse la politica di alleanze. Chiarì che Veltroni sarebbe stato il leader, creò innanzitutto una personalità, alla maniera berlusconiana. Il 19 gennaio, a Orvieto, Veltroni ha poi detto che il suo partito «correrà da solo alle prossime elezioni», e con questo ha di fatto screditato la scommessa di Prodi e dell’Ulivo (2 giorni prima dell’uscita di Mastella dalla maggioranza, 5 prima della caduta di Prodi). Per suggerire che cosa, anch’egli, che non sia il vecchio, e cioè un partito che si presenta alle urne e poi deciderà con chi e con quale programma governerà? In una lettera a Repubblica, il 2 settembre 2006, l’odierno segretario citò Tahar Ben Jelloun: «I nostri passi inventano il sentiero a mano a mano che si va avanti». Il libro da cui sono tratte queste parole è un romanzo, Creatura di sabbia. Ma la politica non è letteratura, e nel libro è scritto anche questo: «Nella vita bisognerebbe poter avere due facce... sarebbe bene averne almeno una di ricambio. Oppure, e questo sarebbe ancora meglio, non avere nessuna faccia, semplicemente... essere solo delle voci.. un po’ come i ciechi». Può darsi che Veltroni ce la faccia, ma grande è il rischio e strana la velleità di sconfitta che lo anima: lui avrà insegnato al partito democratico i vizi della prima repubblica, mentre Berlusconi continuerà a battersi con vaste alleanze tipiche del bipolarismo.
C’è un passaggio nel discorso di Prodi al Senato, che vale la pena rimeditare: «Sarebbe necessario innanzitutto rileggere la nostra Costituzione con lo spirito con cui i padri costituenti la scrissero. Non vi troveremmo, se la rileggessimo così, la debolezza dell’Esecutivo che paralizza chiunque sieda a Palazzo Chigi; non l’ammissibilità di voti di sfiducia individuali nei confronti di singoli ministri; né la prassi delle crisi extraparlamentari; né l’asservimento dell’informazione pubblica al potere politico». È un passaggio che nessuno a sinistra ha fatto proprio, e non stupisce oltre misura. I partiti riprendono il potere, e presentano tutto questo come Nuovo che avanza. Ma i partiti sono come gli Stati nazione: la loro forza sovrana è del tutto fittizia. Un partito che decide di correre da solo e poi di allearsi con chi vuole è un partito in costante metamorfosi coatta, non è sovrano, è più che mai prigioniero delle forze extraparlamentari (mezzi di comunicazione, istituti di sondaggio, potentati non eletti) che hanno voluto la fine di Prodi.
La parola «popolo delle primarie» non significa niente; se non significa nulla non ha poteri. È un’illusoria figura. Immagino che la stragrande maggioranza degli elettori di Veltroni lo sappia: la loro forza, i loro diritti-doveri, il loro peso, sono infinitamente più insignificanti del peso e dei diritti che nei vecchi tempi avevano gli iscritti, figura scomparsa nel vocabolario del Pd. Chi ha forza sono i poteri che perdurano nonostante il voto, sono le Piazze sempre di nuovo invocate, sono gli uomini con capacità di dominio sui telegiornali, e sono, non per ultimi, i politici decisi a riconquistare l’impunità che per un breve lasso di tempo hanno visto minacciata.




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Ho rifiutato un posto da assessore

BELLARIA IGEA MARINA. L'esponente della Sinistra europea pronto a rituffarsi nella politica


Di Pinto: «Nel 2009 tornerò in lizza contro i poteri forti»


Sono molti coloro che credono che Di Finto sarà presente alle Amministrative del 2009 a Bellaria Igea Marma. E l'ex consigliere non si tira indietro: «L'idea di non fare più politica a Bellaria Igea Marina non mi è mai balenata per la mente. Per le Amministrative 2009 è necessario mettere insieme tutte quelle forze di sinistra della società civile come Rifonda-zione comunista, Sinistra democratica e Verdi per togliere finalmente il potere a quei partiti che fino ad oggi hanno dimostrato di non voler bene a questo paese. E mi riferisco a Ds e Margherita che hanno pensato solo a fare incetta di poltrone». C'è anche chi sussura che Di Finto sia stato recentemente chiamato per un posto da assessore. «I contatti ci sono stati - sottolinea lui - è inutile negarlo, ma io non avrei mai accettato l'incarico per le condizioni che ho già spiegato prima. Questa è una giunta che non è in grado di governare la città. Devo dire che le poche persone valide in Comune sono state tutte soffocate da poteri più forti». Con un eventuale raggruppamento della sinistra, però, difficilmente farebbe molta strada.
«Sono consapevole che da soli, come sinistra, non si vince. Per questo credo che si debba trovare un ampio consenso dalla società civile, dall'associazionismo e da quelle forze politiche che dimostrano interesse nel vero cambiamento della forma di governare la città». Ma ci sarà davvero un cambiamento dopo il voto del 2009? «Il cambiamento dovrà avvenire per forza è ora di finirla con l'appoggiare quei perspnaggi che sono solo al sei-vizio dei poteri forti». E Di Finto non si fa pregare per tirare fuori i nomi...
«Localmente è facile individuare nel sindaco una di queste persone e così dicasi di coloro che fanno parte, grazie al partito, dei vari cda dove percepiscono lauti gettoni. Vedi il presidente delle farmacie comunali Zannoni e i consiglieri, oppure il segretario dei Ds Andrea Baldassarri che è consigliere di Hera.
Se poi vogliamo toccare la Provincia posso fare anche il nome di Marcella Bondoni che, secondo me, pur essendo una bravissima persona, deve ancora farsi le ossa per gestire un assessorato importante come il turismo. Ma sono tante le persone che ricoprono ruoli politici che anziché non sono al servizio della città ma solo della politica. E' ora di cambiare: per questo tornerò in lizza più agguerrito di sempre. Con la speranza che i cittadini finalmente comprendano la necessità di una svolta totale». BELLARIA IGEA MARINA. Dopo aver cavalcato le file dei comunisti italiani con incarichi importanti come consigliere comunale di Bellaria Igea Marina, segretario provinciale e membro della segreteria regionale, Leandro Di Finto - dopo un periodo sabbatico - è tornato alla politica attiva. Nelle file deirAssociazione Ros-soverde - Sinistra europea che lavora per il raggruppamento di tutte le sinistre.




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Ho rifiutato un posto da assessore

Autore

FRANCO EX COMPAGNO DDEL P.D.C.I.

D.Articolo

16 04 2008

E-Mail

FRANCO.TOGNI@LIBERO.IT

Commento

Caro Di pinto, lo sai che stai sbagliando molto
 a Bellaria perche' te con l' Arcobaleno non hai chwe di spartire ........
Comunque Auguri per la tua carriera . e spero
 che te un giorno ti ricorderai.......che fino a
 oggi eri contro il centrosinistra e anche
 contro il sindaco . 
ciao da Franco
 

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Ersilia Salvato: «La sinistra? Qui non fa più politica».

da il Corriere del Mezzogiorno, 14-12-2007


• Scritto da Simona Brandolini •


«Dopo venticinque anni in Parlamento e due da sindaco bisogna riorganizzare la propria vita. Ma non sono meno impegnata, sono solo più libera ». Nella sintesi firmata da Ersilia Salvato c'è tutto il pragmatismo delle donne. Non è una poltrona in meno a farti sentire inutile. Attualmente l'ex sindaca di Castellammare di Stabia (2002-2004), eletta (non nominata) sette volte in Parlamento è presidente dell'associazione Rossoverde, che si occupa innanzitutto di temi ambientali, ma anche di diritti. «Un'associazione di sinistra», specifica con orgoglio la Salvato.
Lei ovviamente lo è, di sinistra?
«Sì. Mi considero una donna di sinistra che ha ritrovato la voglia di lavorare per l'unità politica. E dobbiamo lavorare affinché la sinistra torni a fare politica nella regione Campania. Mi auguro che o una donna o un uomo si candidino alle regionali non tanto per governare, quanto per cambiare». Vede già qualche possibile candidato? Ieri per esempio Rifondazione ha festeggiato l'unione con Gennaro Migliore, Corrado Gabriele, Peppe De Cristofaro, guest star Nichi Vendola. «Più che individuare singoli dirigenti, dobbiamo essere capaci di guardare alla sinistra diffusa, a coloro che non hanno trovato adeguata rappresentanza, ai movimenti, alle associazioni. Da lì dobbiamo ripartire». Com'è fare politica dall'esterno delle istituzioni?
«Beh, si ritrova una modalità più libera, con agio di tempo alla riflessione, ma anche alla scelta. Un modo diverso e allo stesso tempo più vero, anche se tutto sommato sono sempre stata eretica, ho scelto pagandone il prezzo fino infondo ». Com'è la politica invece?
«In una crisi profonda. Non so se abbiamo toccato il fondo, ma ciò che fa più male è che sfugge alla sinistra. Sono stata alla due giorni romana per la Sinistra arcobaleno, un appuntamento importante, dove si è parlato di partecipazione che non può essere ridotta alla consultazione: ti consulto ogni tanto con un'elezione oppure con le primarie. Non è così. Partecipazione è innanzitutto la possibilità di prendere la parola per ognuno. Invece abbiamo governi di centrosinistra nazionale e locali a caduta libera, chiusi nelle proprie case matte». Ma lei questa voglia di partecipazione la sente anche in Campania e a Napoli? «Pensiamo ai movimenti per la pubblicizzazione dell'acqua, ai cittadini di Chiaia e a quelli di Pozzuoli che si sono organizzati. Anche una società particolarmente invischiata nei tanti piccoli particolarismi vuole dire la sua. E la prima domanda è: chi rappresenta chi? ». Non è per questa crisi della rappresentanza che sono nati il Pd e la Sinistra arcobaleno? «Sebbene non condivida la "moderazione" del Pd, che ha contenuti ancora poco chiari, è vero che ha saputo intercettare una forma di partecipazione, una sorta di chiamata. Tanti amici non convinti dei contenuti quando si è trattato di votare sono andati». Avrà seguito la guerra nel Pd campano, cosa ne pensa?
«La mia inquietudine aumenta. In politica conta avere la voglia di cimentarsi in battaglie di idee con passione e umiltà, nessuno ha la verità in tasca. In Campania in passato sono stati tentati esperimenti di innovazione soprattutto rispetto al modo di governare il territorio. Ma poi ha prevalso la creazione di un sistema di costruzione del consenso che ha finito per percorrere strade vecchie. A me spesso la sindaca Iervolino, e lo dico con affetto, ha rimproverato di essere una donna incapace di mediazioni. Ora potrei rivolgere analogo rimprovero: l'eccessiva mediazione non ha creato innovazione ». Emma Giammattei è stata assessora della sua giunta, eletta segretaria del Pd dopo uno scontro molto aspro... «Che si iscrive in questo ragionamento: quando la politica rinuncia ad essere battaglia di idee cadiamo in una miseria della politica. Ma non è questione dei singoli». La sua esperienza stabiese è terminata malissimo. Tradita dalla sua stessa maggioranza e senza il sostegno del partito. L'allora segretario Fassino venne ad appoggiare l'attuale sindaco Salvatore Vozza. «Ancora oggi ad anni di distanza mi riesce incomprensibile capire quali siano state le ragioni serie e profonde per cui il partito non ha scelto di costruire un confronto tra le parti. Non lo capisco ed è un brutto ricordo». Quello bello qual è?
«Una sorta di connessione sentimentale che siamo riusciti a creare con tanti cittadini. Sono arrivata in un momento di caduta libera di un modo di governare della sinistra e ho scelto in modo consapevole di capire quel disagio, tentando pratiche di partecipazione mai tentate, come la scelta di rendere conto di quanto pensavamo di attuare con incontri continui con i cittadini in tutti i quartieri ». Più o meno quello che si tenta oggi con i circoli e i forum. «Ho i miei dubbi, comunque allora la democrazia era in crisi, la politica separata dalla vita, il consenso costruito in modo non lineare, se si andava in giro si prendevano fischi». Critiche che oggi i campani e i napoletani rivolgono a governatore e sindaca. «Gli stabiesi hanno l'ambizione di essere città laboratorio e di anticipare i processi». Tornerà alla politica attiva?
«No, ma la "passiva" non è male».




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Una sinistra che nasca dal basso.

• ROCCO GIACOMINO •



Rossoverde parteciperà all’Assemblea Generale della Sinistra e degli Ecologisti dell’8 e 9 per sostenere le ragioni e la necessità di un nuovo soggetto politico unitario della sinistra italiana.
Questa è anche la volontà espressa, con due distinti ordini del giorno, dal Forum delle associazioni per la Sinistra lo scorso 26 novembre a Roma dopo un incontro con i partiti e da Sinistra Europea il due dicembre, al termine della sua terza assemblea nazionale svoltasi a Lamezia Terme. Rossoverde è parte sia del Forum che di SE.
Per noi la federazione ha senso solo se rappresenta un punto di partenza di un più largo processo costituente per la costruzione di una nuova unitaria e plurale forza della sinistra, che nasca da una partecipazione popolare, consapevole ed attiva. Una mera sommatoria dei gruppi dirigenti dei partiti sarebbe del tutto inadeguata. Auspichiamo che le due giornate dell’8 e 9 siano costruite con modalità che consentano un’ampia apertura, un luogo che riconosca piena cittadinanza alle diverse culture e linguaggi espressi dalle realtà associative, dai movimenti e dai singoli, donne e uomini della sinistra. In tal senso occorre garantire la possibilità di adesione direttamente al processo costituente anche a coloro che non sono iscritti a nessuno dei soggetti organizzati, siano essi partiti o associazioni. Pensiamo inoltre che vada assunta la centralità dei territori, infatti solo un processo che vive dal basso più ridare forza e forma alla sinistra nuova del XXI secolo. In questo senso lo sviluppo delle Case della Sinistra come luoghi sul territorio dove maturano esperienze unitarie e comuni, è un altro tassello indispensabile per vincere la nostra sfida e per una politica che trovi nuova legittimazione in un rapporto stretto con la vita ed i problemi quotidiani dei cittadini.
Inoltre consideriamo essenziale una grande consultazione popolare sulla “carta d’intenti” e sulle linee programmatiche del nuovo soggetto politico. Ma una nuova e grande formazione della sinistra non potrà nascere senza una forte innovazione di cultura politica, a partire dai fondamenti, abbandonando idee e pratiche deteriori ed inadeguate rispetto alle sfide del mondo contemporaneo. La critica del potere, la differenza di genere ed una cultura rossoverde sono alcuni punti dell’elaborazione teorica a sinistra che devono essere assunti nel definire il profilo identitario del nuovo soggetto. Una sinistra nuova è indispensabile per ridare voce e rappresentanza politica al lavoro, oggi frammentato, muto e sconfitto dalle politiche neoliberiste.
Senza un nuovo protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori non c’è cambiamento e trasformazione della società.




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Processo costituente per la sinistra. Se non oggi, non accadrà più.

• ALBERTO ASOR ROSA •



Ora, questa sintesi ha dalla sua il fatto che essa corrisponda seriamente alla problematiche dominanti la scena della nostra contemporaneità (e questo è non piccolo fattore di forza): ma è maledettamente complicata e difficile da declinare. Provatevi a coniugare su due piedi sviluppo e sostenibilità, lavoro e ambiente, e vi troverete di fronte a problemi teorici e a difficoltà pratiche d'enorme portata.
Che tuttavia non si potrebbe rinunciare ad affrontare se non si desiderasse d'essere riassorbiti nel processo universale della globalizzazione, il quale, da fenomeno economico e sociale, tende sempre più a diventare destino, se nessuno gli si oppone (come molti cercano di persuaderci che sia già avvenuto).Se cultura e pratiche della nuova formazione politica possono essere solo rosso-verdi, allora è evidente che esse non possono essere più solo rosse. Forse è arrivato il momento, compagni, di archiviare la "questione comunista". Per la parte ch'essa è stata della nostra storia, non abbiamo che da vantarcene. Ma provate a cercare in essa, con animo sereno e disincantato, una risposta, una sola risposta, alle tremende questioni che ci pendono sul capo: e vi accorgerete che nei fondi di magazzino non c'è più niente da usare, se non quell'ineliminabile soffio che ispira solidarietà e spirito critico, e che ci ha fatto essere fin da ragazzi su questa sponda invece che sull'altra. Distogliendo lo sguardo dall'ipnotica fascinazione del glorioso passato, mettiamoci a studiare cosa oggi la realtà nostra e quella mondiale ci riserbano, e cosa quelle future. Tutto ciò ci costerà qualche sforzo intellettuale in più; ma anche una maggiore e più autentica fedeltà all'ispirazione dei nostri progenitori.Quello che sto cercando di descrivere è più che un programma: è un processo.
Un processo costituente. Che può durare anche un anno. Ma deve cominciare da oggi. Se non comincia da oggi, non comincerà mai. E cos'è un processo costituente, se non l'apertura al nuovo, all'inesplorato, all'inorganico? Esiste nella società italiana, - credetemi, - una ricchezza di forze, che stenta a rivelarsi per mancanza di comunicazione. Questa era la grande idea della Camera di consultazione: mettere in rapporto l'interno e l'esterno, l'organizzato e il non organizzato, il partito e l'associazione, il gruppo, il comitato, i singoli individui. Se la Costituente della sinistra radicale sarà davvero fifty-fifty, potremo aspettarci cose grosse. Se dovesse riguardare solo i gruppi politici esistenti, faremo fatica a staccarci dai blocchi di partenza. Si faccia ora il gesto di disponibilità e di apertura, che non s'è fatto allora. Infine. Siamo proprio sicuri che il proporzionale puro giovi alla nostra causa? Pare a me ch'esso sia concepito soprattutto come il grimaldello con cui realizzare il gigantesco inciucio centrista, al quale non a caso fin da questa settimana si sta tempestivamente lavorando. Sia pure, dunque, il proporzionale: ma con la precisa indicazione del programma e dello schieramento di governo proposto al paese prima, e non dopo, il voto. Questo, ovviamente, soprattutto nell'auspicabile ipotesi che la formazione rosso-verde allora ci sia (catastrofico pensare di andare ai prossimi voti senza). Se ci fosse, una formazione politica del 15% renderebbe assai complicato al Pd (anche questo è un vecchio discorso) muoversi verso l'alleanza centrista si realizzasse, porterebbe la formazione rosso-verde oltre il 20%, sbarrandole comunque, e sia pure in questo caso a posteriori, la strada del governo. A questo proposito (e tanto per concludere con un'affermazione che mi alienerà le ultimissime simpatie): al governo bisogna cercare di restare, di andarci con le unghie e coi denti.
Un governo di centro-sinistra è infatti in Italia (nelle condizioni attuali) un'opzione strategica, non tattica. Infatti, non se ne vedono altre nel corso delle prossime generazioni. Restare incollati ai moderati, strappando loro ogni giorno un frammento di potere e una scelta, è l'unica strada possibile. Se saremo più forti, più organici, più coesi, più consapevoli, strapperemo di più finché arriveremo ad essere la maggioranza del centro-sinistra, - cosa tutt'altro che impossibile, anzi tutt'altro che da escludere, anzi, da praticare consapevolmente fin d'ora (perché dovremo restare minoritari in eterno?). Se invece saremo come siamo, faranno di noi ciò che vogliono. Questa è la semplice verità del momento, che raccoglie insieme le quattro cose che volevo dire.
04/12/2007




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