Statuto

Organismi

Archivio

Interventi

Associazioni

Comunicati


Interventi
Per una nuova narrazione di società

di Nino Lisi
economista
il manifesto 28-05-2010

«Malgrado il fatto che un'elevata percentuale della popolazione non abbia accesso alle condizioni di base della vita, l'umanità ha già oltrepassato i limiti della capacità rigenerativa della Terra». Con questa frase, che suona come una sentenza senza appello, il sociologo venezuelano Edgar Lander ci avverte che il nostro sistema (inteso nella sua accezione più ampia e comprensiva) è giunto al capolinea. E un economista italiano, Cesare Frassineti, incalza: «La domanda (sfruttamento delle risorse) è ... del 30% superiore all'offerta (capacità rigenerativa della bioproduttività dei sistemi naturali). Se questo andamento dovesse perdurare raggiungeremmo il 100% nel 2030, con evidente effetto collasso».
Ma di cos'altro abbiamo bisogno allora per capire che si deve cambiare strada, e in fretta, che noi popoli ricchi del pianeta non possiamo continuare a mangiarci la Terra per mantenere il nostro livello di vita e lasciare affamata gran parte dell'umanità? Per altro anche il benessere dei popoli ricchi è messo ora in discussione da una crisi senza precedenti, che è strutturale, essendosi inceppato il ciclo di accumulazione del capitale a causa dell'accumulo delle contraddizioni interne insite nel sistema.
Per primo ha dato cenni di cedimento la «produzione di merci a mezzo di merci» (economia reale) che non riusciva a produrre a sufficienza nuovo valore che il capitale potesse avocare; per fronteggiare la crisi si è ricorsi a «fare soldi a mezzo di soldi» (finanziarizzazione dell'economia). L'espediente per un po' ha funzionato e poi è crollato. Ora ci si affida alla crescita della Cina che dovrebbe fungere da «locomotiva» della ripresa generale della crescita. Ma se questa riprendesse, di quanti pianeti da mangiare avremmo bisogno? Solo la Cina ne mangerebbe più d'uno se il suo livello di vita si avvicinasse a quello dell'Occidente! Di terra però ne abbiamo una sola e dobbiamo farcela bastare.
Ricorriamo alla decrescita? Ma nel contesto dato non può funzionare. Se nemmeno la crescita assicura di per sé né l'aumento dell'occupazione né quello dei salari e degli stipendi, figuriamoci la decrescita! Essa è indispensabile ma può verificarsi solo come effetto collaterale del passaggio ad economie alternative a quella capitalistica, perché come avverte Edgar Lander: «Non è possibile un capitalismo della crescita zero e ancor meno un capitalismo della decrescita» poiché , per dirlo con Frassineti, «il capitalismo si inebetisce se non cresce sempre più: o accumula o muore».
La crisi economica e quella ambientale non sono però le sole che attraversano la nostra epoca. Sono anche in crisi le forme della democrazia, la rappresentanza, la forma partito, la coesione delle società, i sistemi istituzionali, la stessa forma dello Stato Nazione. La loro concomitanza e le interdipendenze che le legano rivelano che è in atto una crisi più grave e profonda, che è giunta al termine la parabola vitale del paradigma di fondo delle nostre società, quello su cui l'Occidente ha costruito la sua la modernità.


 

L'assioma della centralità nell'universo dell'essere umano ed il corollario secondo cui egli con la propria intelligenza (ragione e scienza) può e deve piegare la natura e le sue leggi secondo il proprio discernimento alle proprie esigenze ed aspirazioni non reggono più. Insomma, siamo in «un modello di civiltà in crisi terminale (titolo dell'articolo di Edgardo Lander da cui ho tratto le citazioni precedenti).Come se ne esce? Sono d'accordo con Claudia Fanti che sul numero 29 di Adista Documenti ha scritto: «Solo cambiando modello di civiltà, e dunque, necessariamente, riconsiderando la relazione .... con il cosmo e la natura, sarà possibile individuare soluzioni alla crisi attuale». Insomma, una fase della nostra storia si chiude ed una nuova narrazione deve cominciare, che assuma l'eredità della fase che si chiude e la rilanci in una visione diversa. Ma non si parte da zero. Sono anni ormai che in Italia filosofi come Alcaro, Amoroso, Barcellona discutono e scrivono di una concezione che vede l'uomo come facente parte della natura e dell'ambiente e non come il suo dominatore, e che un economista quale Bruno Amoroso scrive di un'economia non come asse dominante della società ma come funzione al suo servizio, basata sulla solidarietà e la cooperazione. Non sono solo filosofi ed economisti a mettere in discussione il paradigma che distingue l'essere umano dalla natura: Gaetano Caricato, docente di meccanica razionale e di fisica matematica scrive che esiste «una intima relazione ... fra noi creature terrestri e la sterminata quantità di materia e di energia che costituiscono l'universo cui apparteniamo», e studiosi di diverse discipline quali Berdini, Castronuovo, Magnaghi e Scandurra vedono il territorio non come bruto contenitore e neppure come risorsa, ma come organismo vivo che accoglie e trasmette la vita.
Per altro è singolare scoprire le assonanze tra il naturalismo mediterraneo - cui almeno in parte si rifà il pensiero di alcuni degli studiosi citati - e la concezione della Pachamama su cui il summit di Cochabamba ha elaborato la Carta dei diritti della madre terra. Una Carta che si affianchi ed integri quella dei Diritti dell'uomo. Ed è importante notare come dal connubio delle due Carte può nascere la narrazione di una società di persone e non di individui, in cui i diritti non siano formulazioni astratte ma si incarnino nell'intreccio delle relazioni e si coniughino con quelle della Terra e l'economia non sia un apparato predatorio ma un sistema a misura di ambiente posto a servizio delle comunità umane. Su queste tematiche Giuseppe De Marzo ha scritto il suo ultimo affascinante libro pubblicato da Ediesse, con il titolo «Buen Vivir - Per una nuova democrazia della terra».
A me piace pensare che Norma Nangeri avesse qualcosa del genere in mente, quando nella trasmissione «Anno Zero» di giovedì 29 aprile, rivolgendosi a Bersani diceva (http://www.annozero.rai.it/dl/portali/site/puntata/): «Le persone dalla sinistra oggi si attendono una visione del mondo diversa. Ma come? C'è una crisi globale, c'è un'economia finanziaria che si mangia l'economia reale e il discorso che sentiamo dalla sinistra è di alimentare la domanda per far riprendere l'economia?! Ma vogliamo dire quale economia, quale lavoro, per fare che cosa, per un telefonino in più? Per fare quale tipo di occupazione, un'occupazione ancora precaria? È una visione del mondo che deve cambiare, in un momento in cui, tra l'altro, le forze dominanti non se la passano tanto bene, sono in crisi ». Nel ricercare risposte a questi interrogativi, potrebbe appunto darsi inizio alla narrazione nuova cui ho accennato.
 

Copyright © essebisoft

home